Loriano Macchiavelli racconta Francesco Guccini: una storia di amicizia e di romanzi

Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini rappresentano uno dei binomi letterari italiani più importanti dell’ultimo secolo: a testimoniarlo non c’è solo una produzione di altissimo livello, ma il consenso di critica e pubblico che hanno ricevuto in questi ventitré anni di prolifica collaborazione. Non per niente, sono stati insigniti del Premio Fedeli, del Premio letterario nazionale Città di Vigevano, e dell’ambitissimo Premio Scerbanenco, e i loro romanzi hanno venduto decine di migliaia di copie.

Ma non è solo la bacheca dei riconoscimenti o il numero delle vendite a far grande una coppia, che ha saputo fondere le loro immense doti letterarie: Guccini e Macchiavelli, infatti, oltre a simboleggiare l’innesto di due eccellenze nelle rispettive arti, rappresentano l’incontro di due amici, che un giorno hanno deciso, quasi per caso, di iniziare un percorso insieme.

Ad aprire quel cassetto della memoria dove sono conservati molti ricordi, è proprio Loriano Macchiavelli, che in occasione dei prossimi ottant’anni di Guccini, ripercorre il loro rapporto di amicizia prima, e di collaborazione poi.

Francesco ed io ci siamo conosciuti a metà degli anni ‘60: venne a tenere due concerti al Teatro San Leonardo di Bologna, insieme ad un gruppo di amici organizzavo degli incontri. Su quel palco passarono, tra gli altri, alcuni rappresentanti della canzone rivoluzionaria di quei tempi, come Rudi Assuntino, Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea e Giovanna Marini. Francesco venne una prima volta da solo, e successivamente con Deborah Kooperman, che allora lo accompagnava alla chitarra.

Negli anni, poi, prendemmo strade artistiche differenti: lui continuò con la musica, mentre io, lasciato il teatro, mi dedicai alla scrittura di romanzi. Ma l’amicizia e la stima sono sempre continuate nel tempo.

Un tempo, che nel 1995, vede un evento che cambierà i loro percorsi artistici e professionali.

Due anni prima Francesco aveva pubblicato il suo dodicesimo album in studio, Parnassius Guccini, con all’interno, tra le altre, Canzone per Silvia e Farewell, mentre Loriano, dopo aver pubblicato nel 1992 Un triangolo a quattro lati, era tornato a scrivere un romanzo con protagonista Sarti Antonio, il suo personaggio più famoso, che nel 1987 aveva temporaneamente congedato nel libro Stop per Sarti Antonio: ne esce fuori Coscienza Sporca, che arriva nelle librerie nell’ottobre del 1995. E, proprio qualche giorno prima, i due si incontrano nuovamente: Guccini, di ritorno da Napoli, dove il 24 settembre aveva suonato insieme a Tempera, Tavolazzi e Bandini alla terza edizione del Marechiaro Blues Festival, tenutosi al Parco Virgiliano, partecipa alla presentazione dell’ultima opera di Macchiavelli.

Era esattamente il 29 settembre, un venerdì sera, prosegue Loriano Macchiavelli, e ci ritrovammo a Calderino di Monte San Pietro, poco fuori Bologna, sulle prime colline, presso il ristorante La Torretta, allora gestito dal nostro amico Arturo, insieme ad alcuni personaggi della Mondadori, tra cui Antonio Franchini, che all’epoca era il responsabile della letteratura italiana. La casa editrice aveva iniziato un tipo di presentazioni molto particolare: c’erano per lo più giornalisti e addetti ai lavori, ed era quasi una conferenza stampa, dove, dopo aver presentato il libro, se ne distribuiva una copia a tutti gli intervenuti, e si terminava la serata cenando tutti insieme. Io e Francesco ci sedemmo uno alla destra e uno alla sinistra di Franchini, e trascorremmo piacevolmente la serata mangiando e chiacchierando. Durante la cena Francesco raccontò la storia di un prete di Pavana, trovato morto nella gòra di un mulino: il fatto era realmente accaduto durante gli anni ‘20, e il maresciallo dei carabinieri di allora aveva chiuso il caso dicendo che il prelato fosse morto perché, tornando ubriaco dalla festa svolta in un paese vicino, era scivolato in un torrente che l’aveva poi trascinato a valle, dove era annegato. L’inchiesta venne chiusa in questo modo, ma tutti i paesani, in realtà, sapevano che il prete era stato ucciso, ma se ne guardavano bene dal dirlo al maresciallo: nelle nostre montagne c’è sempre stata una sorta di rivalità con coloro che rappresentavano le forze dell’ordine, che erano identificati come oppressori, ai quali non veniva data nessun tipo di collaborazione.

Francesco mi disse che sarebbe stato felice di darmi tutte le informazioni che aveva trovato durante alcune ricerche, perché io ne potessi scrivere un romanzo giallo.

Per la verità, non era la prima volta che Francesco mi raccontava, e mi proponeva, quella storia: già qualche anno prima, infatti, mi disse di quell’omicidio, ed io, che volevo farne un romanzo su suo suggerimento, ne preparai una scheda, e la proposi alla Rizzoli, mia casa editrice dell’epoca. Il romanzo si articolava su due piani temporali differenti: uno nell’Appennino tosco-emiliano alla fine degli anni ‘30, e uno in Francia, alla fine dell’800, tra un gruppo di italiani emigrati per andare a lavorare in miniera. Edmondo Aroldi, detto Pallino, editor della Rizzoli in quegli anni, bocciò l’idea, dicendo che sarebbe stato un romanzo interessante solo per i minatori che tornavano a casa dalla Francia. Così, presi quella storia e la accantonai, senza neanche parlarne più.

Quella sera Francesco ci tornò sopra, e davanti ad un mio tentennamento, figlio del rifiuto ricevuto anni prima, Antonio Franchini ci propose di scrivere assieme il romanzo: Guccini conosceva la storia, mentre io avevo dimestichezza con la struttura del giallo, e la cosa, secondo lui, avrebbe potuto funzionare. Sia io che lui lasciammo cadere cortesemente la questione.

Dopo alcuni giorni, però, Francesco mi telefonò, chiedendomi cosa ne pensassi di quell’idea: io risposi che sarebbe stato utile incontrarci per parlarne, e così ci vedemmo da Vito, dove cenammo e restammo a lungo a parlare di quella proposta. Decidemmo insieme di provarci: “Buttiamo giù un paio di capitoli, vediamo come funziona, e poi tiriamo le nostre conclusioni” ci siamo detti. Nessuno dei due, infatti, aveva mai scritto insieme ad un altro e non sapevamo come si sarebbe potuto portare avanti il lavoro, e cosa ne sarebbe potuto venire fuori. Alla fine ci abbiamo provato e il risultato ci è piaciuto, così abbiamo deciso di continuare.

E il risultato si chiama Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti, pubblicato da Mondadori nel gennaio del 1997, e con il quale, lo stesso anno, i due vincono il Premio Alassio Centolibri – Un Autore per l’Europa, e l’anno successivo trionfano al Premio Fedeli – Police film festival. Scrivono subito un nuovo romanzo, Un disco dei Platters – Romanzo di un maresciallo e una regina, che arriva in libreria nel novembre del 1998, e nel giro di pochi anni pubblicano Questo sangue che impasta la terra, nell’aprile del 2001, e Lo Spirito e altri briganti, nel giugno del 2002. Forti di un’organizzazione di scrittura collaudata, Guccini e Macchiavelli, si divertono nel creare storie ambientate in quell’Appennino che conoscono molto bene, e che man mano diventa anche il luogo dei loro incontri di lavoro.

Quando io e Francesco scriviamo, abbiamo sempre uno schema generale, che seguiamo per avere un’idea del percorso da seguire. Ci incontriamo, buttiamo giù gli argomenti della puntata che dobbiamo scrivere, e ci dividiamo i compiti. Fin da Macaronì, Francesco ha sempre scritto il primo capitolo: in quel caso perché era lui a conoscere la storia, e poi è diventata un’usanza che abbiamo conservato negli anni. Dopo che lui ha scritto il primo capitolo, io butto giù il secondo, e dopo qualche giorno ci incontriamo nuovamente per vedere come procede: lui mi legge il suo e io gli leggo il mio, e ci confrontiamo. Quando scrivemmo i primi due capitoli di Macaronì c’erano delle incongruenze, com’era normale che fosse, ma che aggiustammo per montare il tutto: il risultato ci piacque e continuammo ad andare avanti così. L’organizzazione è quindi molto lineare: quando ci incontriamo si vede il prodotto, si progetta il futuro e proseguiamo con questo metodo finché non si arriva all’ultima pagina. È molto divertente, perché quando scriviamo non è detto che lo si faccia sempre a capitoli alternati, ma a volte capita che ne scriva due io e poi due Francesco, o comunque senza una regola fissa, se non quella dei primi due, e ogni volta ci piace incontrarci e ascoltare l’altro, perché non sappiamo esattamente cosa abbia scritto. In questo modo, oltre ad essere molto divertente, è anche molto utile per mischiare le carte, e riusciamo a tirare fuori dei passaggi, che nello schema iniziale non avevamo nemmeno pensato.

Il momento forse meno piacevole arriva quando, a romanzo finito, dobbiamo metterci seduti insieme a rileggere il tutto, per cercare di dargli un’uniformità stilistica: si vede la mia mano, così come si vede quella di Francesco, abbiamo due stili diversi, anche se cerchiamo di assimilarli provando a seguire l’altro, ma c’è sempre una disparità linguistica. Si tratta di un passaggio necessario, ma rappresenta, per noi, una noia mortale, anche perché conosciamo già il finale e sappiamo come andrà a finire.

Una metodologia di lavoro che la recente emergenza sanitaria ha costretto i due a cambiare.

A causa del Coronavirus, ora Francesco ed io ci parliamo per telefono: ma non è certo come guardarsi in faccia, perché si crea confusione, non riusciamo a trovare i giusti tempi per riflettere e confrontarci. Ad ogni modo, scriviamo come abbiamo sempre fatto, e poi ci inviamo i nostri capitoli per posta elettronica: ma leggere da soli la parte dell’altro è molto diverso rispetto a quando te la legge chi l’ha scritta. Perché mentre si legge, si sente già il romanzo come funziona, si ascoltano le frasi, si analizzano i periodi, e si interviene subito insieme. Da soli è diverso, e infatti troviamo molta più fatica ad andare avanti.

In futuro, cambieremo modo di lavorare: ho proposto a Francesco di raggiungerlo non più per un pomeriggio o una serata, come accadeva in precedenza, ma vorrei restare a Pavana per due o tre giorni, per avere la possibilità di leggere e discutere con lui quanto scritto.

E proprio in queste settimane Guccini e Macchiavelli stanno ultimando il loro nuovo romanzo, che rappresenta qualcosa di inedito rispetto a quanto visto finora.

Non so neanche se il genere del nuovo libro possa essere definito realmente giallo: la struttura, rispetto al passato, è completamente stravolta. Sicuramente abbiamo cambiato genere, senza però modificare il nostro stile: ritengo possa essere più un romanzo mistery, che noir.

Dopo l’annessione del Corpo Forestale dello Stato da parte dei Carabinieri, infatti, i due si sono ritrovati senza il loro ultimo protagonista, Marco Gherardini detto Poiana, che era stato al centro della trilogia composta da Malastagione, del 2011, La pioggia fa sul serio – Romanzo di frane e delitti, del 2014, e Tempo da elfi – Romanzo di boschi, lupi e altri miesteri, che nel 2017 aveva segnato il loro passaggio in Giunti, dopo vent’anni in Mondadori, proprio seguendo Antonio Franchini che li aveva uniti nel loro vincolo letterario.

Ma prima del forestale, Guccini e Macchiavelli avevano dato vita al più longevo Benedetto Santovito, maresciallo dei carabinieri, che aveva fatto la sua prima apparizione in Macaronì, restando protagonista nei quattro romanzi successivi, grazie all’intervento dello stesso Guccini.

Appena ci siamo seduti e abbiamo iniziato a scrivere Macaronì, ho subito detto a Francesco che alla fine avremmo ucciso Santovito: arrivavo dal rapporto con Sarti Antonio, che proprio nei mesi precedenti ero riuscito a riprendere con Coscienza Sporca, e non volevo legarmi di nuovo troppo profondamente ad un personaggio. Ma nonostante in Macaronì ci sono più di una decina di morti, Francesco ha voluto mantenerlo in vita alla fine del romanzo, e siamo andati avanti con lui. Devo dire che c’è stata grande soddisfazione poi, perché libro dopo libro si riesce a costruire il personaggio, integrandolo, portandolo alla maturità, scoprendo compiti che inizialmente non gli avevi assegnato, e dandogli una psicologia personale completa. Un personaggio, infatti, non è mai finito: puoi scrivere trenta o quaranta romanzi, ma non sarà mai definitivamente quello. Almeno secondo me. È successo prima con Santovito, e poi con Poiana. Naturalmente, per quanto mi riguarda, è accaduto anche con Sarti Antonio. Con Santovito protagonista, poi, abbiamo scritto, molti anni dopo “Tango e gli altri”, ovvero l’ultimo suo romanzo, un racconto apparso nella raccolta “Stesso sangue”, dal titolo “Questo incanto non costa niente” nel quale abbiamo raccontato un evento accaduto prima di Macaronì: Santovito era stato infatti sempre descritto come un carabiniere emarginato, poiché, quando era un giovane maresciallo promettente, con una grande carriera davanti, si era rifiutato di ottemperare all’ingiunzione che veniva da un federale fascista di Bologna, che voleva far sospendere un’indagine che stava toccando le alte sfere del proprio partito. Lui non accettò, continuando le sue indagini, e venne preso e spedito in montagna. In quel racconto noi abbiamo descritto proprio quella vicenda, che era stata solo accennata in Macaronì, e che vede un giovane Santovito, nel quale si possono però ritrovare già tutte le caratteristiche che avevamo inserito nel primo romanzo: quando ce lo siamo riletto, abbiamo riconosciuto il germoglio di quel personaggio, che poi è maturato romanzo dopo romanzo.

“La bellezza del nostro rapporto letterario sta nell’essere due scrittori in uno, senza rinunciare ad essere l’uno. Nessuno di noi due ha cessato di essere lo scrittore autonomo che è sempre stato.”

Il legame tra Macchiavelli e Guccini, però, non ha generato solo splendidi libri, ma ha dato anche l’idea per una canzone presente ne L’ultima Thule, il disco che chiude la carriera discografica di quest’ultimo.

Lessi a Francesco una vecchia poesia scritta in dialetto bolognese da Gastone Vandelli, dal titolo “Môrt in culénna”, che raccontava la storia di alcuni partigiani che trovarono un loro compagno ucciso e legato con del filo spinato. Ricordo che quando la lessi, vidi una grande commozione negli occhi di Francesco e di sua moglie Raffaella, e lui decise di farne una canzone: nacque così “Su in collina”, che poi sarebbe diventata la bellissima canzone che tutti conosciamo.

Un binomio, quello tra Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, che proprio quest’anno festeggerà il primo quarto di secolo d’attività. E che, a sentire le parole di Macchiavelli, durerà ancora a lungo.

Francesco ed io abbiamo ancora una grandissima voglia di scrivere insieme: al momento c’è questo nuovo romanzo, che ci auguriamo possa uscire nei prossimi mesi. Ma abbiamo molti altri progetti, e il desiderio di andare avanti ancora insieme per molto tempo.