“Kisandostan” di Ciro Teleffe: recensione e intervista con l’autore

Partiamo subito col dire una cosa: Kisandostan non è un libro catalogabile. Almeno secondo noi. Non si può, cioè, collocarlo in un genere piuttosto che in un altro. Se ci fosse la sezione “libri illuminati e illuminanti” lo andremmo sicuramente a mettere lì.

In libreria lo vorrei nel reparto di narrativa contemporanea”, ci dice Ciro Teleffe, nome di penna dietro il quale si cela l’autore, “Se potessi scegliere lo metterei proprio fra i libri consigliati, in quegli appositi scaffali sui quali cade l’occhio dei lettori ingenui, indecisi, suggestionabili”. Più che un desiderio, una provocazione, diremmo noi. Perché Kisandostan non è certo un libro per lettori ingenui, indecisi o suggestionabili: la sottile e intelligente ironia che lega ogni singola pagina alla successiva, lo rende una lettura adatta ad un pubblico arguto e sagace. Ma facciamo un passo indietro.

Kisandostan non è solo il titolo del libro, ma anche il nome di un paese, geograficamente non ben identificato (infatti chissà dove sta), nel quale le vite di Mariuccio, Ernestina e Carletto, i tre protagonisti della storia, si intrecciano e si intersecano con quelle di altri bizzarri, ma quanto mai reali, personaggi.

Sì, perché Kisandostan è il ritratto, in miniatura, del nostro Belpaese, con i suoi pregi (pochi) e i suoi difetti (tanti): un disegno a carboncino, dove le luci e le ombre vengono marcate con decisione e definite attraverso l’analisi e la riproposizione dei comportamenti che caratterizzano maggiormente l’italiano medio; un’immagine in chiaroscuro, nella quale si stagliano arcobaleni di speranza, che nascono dagli ultimi scampoli di un’umanità che si sta pian piano estinguendo. Come l’amicizia tra Mariuccio, Ernestina e Carletto, ad esempio.

“L’amicizia dei bambini è una somma. Nella loro amicizia non esistevano emozioni che non fossero condivise, non c’era un problema che non fosse affare di tutti, un’emergenza che non fosse collettiva. E non c’era vendetta che fosse personale.

Se immaginassimo la classica scena di un signore in impermeabile, composto in realtà da tre bambini uno sopra all’altro, avremmo l’esatta metafora di come l’amicizia da bambini sia una somma. È una somma perché c’è spazio da riempire, destinato alle esperienze, alle idee, alle domande, alle convinzioni che ancora non esistono. Poi, più riempi lo spazio e cresci, più l’amicizia diventa sottrazione. Spesso devi sottrarre esperienze, opinioni, domande, idee, se vuoi avere una conversazione tranquilla con qualcuno. Devi sottrarre perché la vita più passa il tempo più è sottrazione. Mentre da bambini è somma. Uno, due, e pure tre, colpi di citofono.”

Tutto ha inizio quando i tre imboccano la dissestrada che porta alla casa di Gisella Spettinata, un’inventrice che alla sua morte aveva lasciato la propria abitazione piena di bizzarre creazioni. Tra queste, l’attenzione dei bambini cade su un paio di occhiali che scopriranno, poi, avere un potere molto speciale: quello di permettere di vedere il male. Di lì, le loro vicende inizieranno ad incontrarsi, e scontrarsi, con quelle degli altri abitanti di Kisandostan, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri difetti e le proprie manie, tutte tremendamente reali, in un continuo susseguirsi di vicende e accadimenti.

Un percorso, che porta il lettore ad alternare risate piene d’ilarità a sorrisi tesi e amari.

È certo che Kisandostan non è un libro scritto tanto per tentare un’avventura editoriale, poiché si coglie come dietro ci sia un’esigenza reale che ha portato alla stesura della storia.

L’idea all’inizio era quella di scrivere un racconto”, continua Ciro Teleffe, “In un esatto momento, mentre camminavo per la strada, mi sono reso conto che non avrei potuto liberarmi di un certo stato di malessere che avevo. Non dipendeva da me, perché finalmente avevo risolto diversi miei problemi personali, e avevo tutti il diritto di sentirmi meglio di così. Eppure non ci riuscivo. Non sapevo neanche quanto questo male fosse davvero interiore, perché sembrava piuttosto sopra di me, attorno a me, come un’ombra, come una creatura libera di infastidirmi quando voleva, indipendente dalla logica di causa-effetto. Perciò l’idea fondamentale era quella di interrogarmi sul male. Così mi chiesi: cosa succederebbe se potessimo vedere il male? Non sappiamo neanche cosa sia, in realtà, ma la domanda è ovviamente molto seria, e viene da un disagio profondo. Personalmente sono molto fantasioso, per cui, poi, le risposte me le cerco in modo gioco. A volte senza neanche riuscire a trovarle. Così facendo, però, nella mia testa si è creata subito questa storia, e penso subito a questi occhiali per vedere il male. Le persone scendono in strada e lo vedono in una via, o addosso ad una persona arrabbiata. Cose di questo tipo. E m’immaginavo i benpensanti accogliere gli occhiali con entusiasmo, salvo poi pentirsene in poco tempo. Poi, purtroppo, è successo che mi sono ammalato, e ho dovuto lasciare il mio lavoro di pizzaiolo, perché fisicamente non ce la facevo: improvvisamente, quindi, ho avuto tempo e idee per scrivere non un racconto, ma un romanzo. Un progetto che mi ha salvato da cattivi pensieri per molto tempo. Il male che diventa un bene: questo meccanismo voleva essere un tema nella storia, ma lo è stato soprattutto fuori, nelle mie vicende personali. Il male mi ha permesso di scrivere una storia sul male. Da qui la necessità di scrivere è stata pura, senza malizia né secondi fini”.

Un libro che parla tantissimo, come detto, della realtà che ci circonda, ma che allo stesso tempo riesce a far conoscere anche molto dell’autore: Mariuccio, Ernestina e Carletto, infatti, possono essere considerate tre facce della stessa piramide, che convergono verso un unico vertice, guardando però orizzonti diversi. E in ognuno loro, Ciro Teleffe, ha messo un po’ di sé.

C’è da dire che sono tre personcine abbastanza disgraziate. Però hanno l’enorme fortuna di vivere quel pezzo di vita lì: l’infanzia e l’adolescenza. Scegliere dei protagonisti di quest’età mi è venuto naturale. Ho capito il perché quando già avevo finito di scrivere: io vorrei rivivere quegli anni, perché sono stati belli, ma anche perché farei tutto in modo diverso. Proverei a impedire che, finito quel tempo, a un certo punto, io smetta di vivere. Penso di essere bloccato lì, sono grato a quell’età lì. Adoro i bambini e i ragazzi: è commovente come, nonostante la loro fragilità, cerchino di sopravvivere tirando fuori tutta la forza che hanno. Godono appieno della vita e ne sono contemporaneamente spaventati. Questo è un passaggio interessante, spettacolare nel vero senso della parola. Poi per diventare adulto in qualche modo ti devi corrompere. Per sopravvivere devi perdere quella fragilità e lo spettacolo non è più un granché. Abbastanza monotono. La vecchiaia forse potrà incuriosirmi altrettanto, proprio come l’infanzia: la vicinanza alla non-vita rende la vita più interessante. Il bambino protagonista all’inizio avrebbe dovuto essere Mariuccio, poi le cose sono andate diversamente. Forse in passato sono stato come lui. Lui non voleva parlare con gli adulti, quindi non voleva crescere, non si fidava di loro. In questo sì, non per altro ma in questo sì, mi sento molto vicino a lui. Carletto è la parte calma, che subisce in silenzio e accetta i cambiamenti. Incassa, non sembra forte mai, ma non va al tappeto. Credevo di essere lontanissimo da lui, ma dopo aver scritto questa definizione penso di essere proprio così. Mi sono appena sorpreso. Ernestina è senz’altro come vorrei essere e non sono. Lei è aggressiva, è vitale, e molto istintiva. Io a lei voglio un bene dell’anima: diventerei subito aggressivo e istintivo come lei, se qualcuno osasse farle del male. Lei non è molto consapevole dei suoi sentimenti, forse cerca di nasconderli, ma si sentono tutti”.

Una lettura, quella di Kisandostan, che, come detto, fa alternare risate e sorrisi grazie all’ironia che attraversa tutta la narrazione: uno strumento, questo, utilizzato per guardare, da un’angolazione un po’ diversa, la realtà che ci circonda, spingendo all’elaborazione di nuovi pensieri e nuovi ragionamenti. Una chiave diversa per cercare di aprire porte antiche, a volte con delle serrature arrugginite.

L’ironia la considero un lusso. Un dono per noi umani, ma anche una specie di bisogno fisiologico. È sicuramente un mezzo che aiuta ad aprire un po’ le menti, anche se dipende molto dalle menti e dalla qualità dell’ironia. Da sola, però, non può bastare. Questo libro, ad esempio, è ironico, ma nonostante parli di rivoluzione non si può certo sperare di far insorgere le masse. In una battaglia per la conquista di un futuro migliore, l’ironia non può essere né arma né scudo, ma medicina. Non ti farà vincere all’istante, ma può tenerti in vita nel frattempo”.

E quella di un futuro migliore è una tematica che traspare dalla lettura di Kisandostan, non senza spunti narrativi che ispirino grande fiducia pensando al domani.

Penso che per un domani migliore si debba prima di tutto essere disposti a cambiare, a rinunciare ai privilegi e al pregiudizio. Non mi pare, però, ci siano i presupposti. Eppure c’è bisogno di un cambiamento immediato. Ormai dovremmo ragionare non come individui ma come umanità, usare la nostra intelligenza ed essere coordinati per garantire benessere a noi stessi, all’ambiente e alle altre specie. Se immagino un domani migliore penso sempre che ci vorrebbe la caduta del regime dell’ego: finché saremo spinti a farci governare dal nostro io non potrà esserci un cambiamento positivo verso un futuro migliore”.

Un progetto a tutto tondo, dunque, quello portato avanti da Ciro Teleffe in Kisandostan, culminante nella sfera più strettamente editoriale, che vede il libro autoprodotto dall’autore, senza il supporto di alcuna casa editrice. Un dato, questo, che evidenzia forse ancor di più la volontà di far sì che quest’opera vedesse la luce, e potesse essere letta da quante più persone possibili. Con la speranza e l’augurio che possano essere tante davvero.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...