Liberi Inizi: “Vittima numero 2117” di Jussi Adler-Olsen

Mentre l’attualità è monopolizzata dagli avvenimenti riguardanti il Coronavirus, continua la fuga dei migranti dalle zone più disagiate e pericolose del nostro pianeta, generando la triste perdita di altre vite umane.

Ed è per questo che, per l’appuntamento di questa settimana con la rubrica di Liberi Inizi, noi di Liberementi abbiamo deciso di proporvi l’incipit del libro Vittima numero 2117 dello scrittore danese Jussi Adler-Olsen, edito da Marsilio.

La storia si apre con il ritrovamento del corpo senza vita di una donna medioroentale, che viene spinto a riva dalla onde lungo la costa di Cipro. Sul grande contatore della vergogna che si affaccia sulla spiaggia di Barcellona, è la vittima numero 2117 dei profughi che muoiono nel Mediterraneo. Ma la donna senza nome non è annegata mentre cercava di conquistare una vita migliore. È stata uccisa. Quando Assad, l’enigmatico assistente di Carl Mørck, vede la foto della naufraga, ha un forte crollo nervoso. Per più di dieci anni, come una misteriosa forza della natura, ha lavorato alla Sezione Q sui casi dimenticati, ma ora è incapace di reagire. Mentre ha inizio un estenuante conto alla rovescia per bloccare un attacco senza eguali al cuore dell’Europa, anche Carl Mørck e Rose si trovano ad affrontare l’inchiesta a più alto tasso emotivo che mai abbiano avuto tra le mani. Un’indagine sconvolgente, che porterà alla luce tutta la verità sul passato segreto di Assad, spingendo l’intera Sezione Q oltre i propri limiti.

Ecco l’inizio del libro.

 

Joan Aiguader non era religioso. Al contrario, quando la Rambla si riempiva di cattolici incappucciati di nero per le processioni di Pasqua, lui fuggiva dalla città. Inoltre collezionava irrispettose statuine di papi e re magi intenti a espletare bisogni corporali. Nonostante le inclinazioni blasfeme, tuttavia, negli ultimi giorni si era fatto spesso il segno della croce perché, se Dio esisteva davvero, per come si erano messe le cose era meglio tenerselo buono.

Quando il postino gli portò finalmente la lettera che aspettava da tanto, Joan si fece di nuovo il segno della croce, perché il contenuto avrebbe deciso il suo destino. Lo sapeva bene.

Adesso, tre ore dopo averla letta, era seduto in un caffè del quartiere di Barceloneta, scosso da brividi nonostante il caldo, distrutto e senza più alcuna voglia di vivere. Per trentatré anni aveva nutrito la ridicola speranza che prima o poi la fortuna gli avrebbe sorriso, ma ora non aveva più la forza di aspettare. Otto anni prima il padre si era passato un cavo elettrico intorno al collo e si era impiccato a un tubo nell’edificio affidato alla sua custodia. La famiglia era andata in frantumi e, anche se l’uomo non era mai stato un tipo allegro, non era mai riuscita a spiegarsi quel gesto.

Da un momento all’altro, Joan e la sorella di cinque anni più piccola si erano ritrovati abbandonati a se stessi, con una madre che non si sarebbe mai più ripresa dalla tragedia. Joan, che all’epoca aveva solo ventiquattro anni, aveva fatto del suo meglio, arrabattandosi tra gli studi di giornalismo e un sacco di lavoretti sottopagati, per sbarcare il lunario. Ma un anno dopo la madre si era imbottita di sonniferi, e qualche giorno più tardi la sorella l’aveva imitata.

Solo adesso, ripensando al passato, capiva di avere tutte le ragioni per non farcela più. Per quasi tutti i membri della famiglia Aiguader, la vita aveva pian piano smarrito ogni significato, le tenebre li avevano inghiottiti, e presto sarebbe toccato anche a lui. Fatta eccezione per pochi sprazzi di felicità e qualche piccolo successo, la sua esistenza sembrava colpita da una maledizione. Solo nell’ultimo mese era stato mollato dalla sua ragazza e aveva perso il lavoro.

Al diavolo. Perché tormentarsi, se tutto era privo di senso?

Joan si infilò la mano in tasca, lanciando un’occhiata al cameriere dietro il bancone.

Se potessi almeno finire i miei giorni con un briciolo di dignità, avendo di che pagarmi un caffè, pensò fissando il fondo della tazza. Ma la tasca era vuota e una serie infinita di progetti falliti e ambizioni disattese gli sfilò davanti agli occhi. Non poteva più ignorare le relazioni logore e le ambizioni costantemente al ribasso.

Aveva toccato il fondo.

Due anni prima, durante un altro periodo di grave depressione, un’indovina di Tarragona gli aveva predetto che in un futuro prossimo, quando si sarebbe trovato con un piede già nella tomba, una luce in pieno giorno l’avrebbe salvato. Gli era sembrata convincente, e da allora si era aggrappato alla profezia, ma dov’era finita quella luce maledetta? Non poteva neanche uscire dal caffè in maniera decorosa, non avendo i mezzi per pagarsi un cortado. Perfino i luridi mendicanti che tendevano la mano sul marciapiede del Corte Inglés riuscivano a racimolare qualche spicciolo per un espresso: perfino loro, che dormivano per strada con i cani, vestiti di stracci davanti all’ingresso delle banche.

Quindi, anche se il suo sguardo intenso l’aveva illuso dandogli speranza per il futuro, l’indovina si era sbagliata di grosso, e ormai era giunto il momento della resa dei conti.

Con un sospiro guardò la pila di lettere sul tavolino, testimoni del vicolo cieco in cui si era cacciato. I solleciti che aveva ricevuto poteva anche ignorarli perché, secondo l’assurda normativa catalana, nessuno l’avrebbe buttato fuori di casa anche se non pagava l’affitto da mesi. E perché darsi pensiero per le bollette del gas, se non cucinava da Natale? Ma le quattro buste che aveva sotto gli occhi gli avevano dato il colpo di grazia.

Alla sua ex, Joan aveva ripetutamente promesso cambiamenti e stabilità, ma i soldi non arrivavano mai e alla fine lei si era stufata di mantenerlo e l’aveva cacciato. Nelle settimane seguenti aveva tenuto a bada i creditori, promettendo che li avrebbe pagati una volta ricevuto il compenso per gli ultimi quattro pezzi. In fondo stava scrivendo una serie di testi geniali. Perché non avrebbe dovuto farci affidamento?

Ma quelle sul tavolino erano lettere di rifiuto, nemmeno tanto vaghe o indirette, bensì precise e spietate come le ultime stoccate del torero che infilza il cuore dell’animale nel tercio de muerte.

Joan portò la tazza alle labbra per aspirare l’aroma evanescente del caffè e osservò la spiaggia con le palme e la moltitudine multicolore dei bagnanti. Non molto tempo prima, Barcellona era stata sconvolta dalla follia di un pirata della strada sulla Rambla e dalla repressione violenta di una protesta davanti ai seggi elettorali. Eppure, nell’accecante luce estiva tutto sembrava dimenticato. Lo spettacolo che aveva davanti era quello di una folla contenta: grida allegre e spensierate, pelle umida e sguardi sensuali. Per un attimo, mentre cercava invano la luce profetizzata dall’indovina, la città gli sembrò rinata e quasi sprezzante.

La distanza tra il caffè e la battigia dove giocavano i bambini era brevissima. In meno di un minuto avrebbe potuto oltrepassare la gente sdraiata al sole ed entrare in acqua, per qualche estremo, rapido respiro tra le onde spumeggianti. Nella frenesia della spiaggia nessuno avrebbe fatto caso al matto che entrava in acqua vestito, e in meno di un centinaio di secondi sarebbe finito tutto.

Nonostante il batticuore, quel pensiero gli suscitò una risata amara. Chi lo conosceva sarebbe rimasto di sasso. Che uno smidollato come Joan Aiguader avesse il coraggio di togliersi la vita? Lui, il giornalista scialbo e insipido che non aveva nemmeno le palle per dire la sua in una discussione?

Joan soppesò le buste. In fondo erano solo duecento grammi di umiliazione in più, in cima al mucchio di merda che aveva dovuto ingoiare nella vita: non c’era motivo di piangerci sopra proprio ora che aveva preso la sua decisione. Di lì a un secondo avrebbe detto al cameriere che non poteva pagare e si sarebbe messo a correre verso la spiaggia, lasciandosi le proteste alle spalle e portando a termine il suo piano.

Era già pronto alla fuga, i muscoli dei polpacci tesi, quando due avventori in costume da bagno si alzarono così bruscamente da far rovesciare le sedie.

Joan si voltò a guardarli. Uno fissava inespressivo il televisore alla parete, mentre l’altro perlustrava la spiaggia con gli occhi.

«Alzate il volume!» urlò quello davanti allo schermo.

«Guardate, sono proprio qui sul lungomare» gridò l’altro, indicando un capannello di gente che si stava radunando fuori dal caffè.

Seguendo il suo sguardo, Joan scorse la troupe sulla strada, davanti a un parallelepipedo di tre metri che il comune aveva installato lì qualche anno prima. La parte inferiore era di metallo e in quella superiore quattro cifre luminose brillavano su un display digitale. Come Joan aveva letto, la funzione di quel monumento era di tenere il conto dei profughi annegati nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

I bagnanti in costume si avvicinarono alla troupe come attirati da una calamita, mentre alcuni ragazzini del luogo accorrevano dal carrer del Baluard verso l’assembramento. Forse l’avevano visto in tv.

Joan osservò il cameriere, intento ad asciugare bicchieri come un automa, con tutti i sensi concentrati sullo schermo che annunciava l’edizione straordinaria. Poi si alzò e, pian piano, si lasciò trascinare dalla folla verso il lungomare.

Dopo tutto era ancora vivo… ed era pur sempre un giornalista.

L’inferno poteva attendere ancora un po’.