“Vocabolario minimo delle parole inventate” a cura di Luca Marinelli

di Ciro Teleffe

Quando finirò di scrivere questa recensione, se tutto va bene, Word mi segnerà in rosso almeno-almeno 22 parole. Da questo già si capisce che sto parlando di roba forte, andiamo avanti. Dopo Pizzeria Kamikaze avevo bisogno di altri racconti. Ero in cerca, stavo a rota, avevo la scimmia. Scendo giù al bar per incontrare un amico, sì, insomma, una specie di pusher di raccontini. Eccolo. Viene a sedersi al mio tavolo. Sbuffa lunghi nuvoloni di fumo da sotto al cappuccio di una felpa nera e lercia. È tutto sudato, mi dice cose sottovoce, rapidamente. Mi mostra questo libricino qui. Usa parole come scenicchia, litweb, memicchi… Faccio finta di capire, di essere del giro. Mi dice «ehi, amico, sono ventidue penne per ventidue racconti: ventidue parole inventate, dalla A alla Z…»

«Non so», dico io grattandomi la testa.

«In più c’è pure la doppiavvù, che guarda caso è l’iniziale dell’editore.» (Wojtek, ndr)

Abbasso gli occhi sulla copertina. Caruccia. Li rialzo e non lo trovo. Lo vedo che si allontana tutto ingobbito. E niente, è sparito, credo sia entrato in un ferramenta. Sul tavolo è rimasto il libricino: Vocabolario Minimo delle parole inventate. A cura di Luca Marinelli, così c’è scritto.

Ho fatto le mie ricerche. Praticamente c’è questo tizio, Luca Marinelli, che è cofondatore di Narrandom e redattore della Rivista Verde. Gli è venuta l’idea di chiedere a 22 autori di scrivere 22 racconti partendo da una parola inventata, ad ognuno la sua lettera dell’alfabeto.

Wow, quindi sono 22 autori scelti da lui? 22 cavalli della sua scuderia? Nick Fury che recluta gli Avangers? Una specie di batalla de gallos freestyle? Bisogna approfondire le ricerche: così mi sono tolto ogni dubbio e ho definitivamente scoperto che non si tratta di Luca Marinelli l’attore, ma ormai non posso fare a meno di immaginarmelo così:

La fraspola è quella cosa che potresti sentire leggendo quest’antologia. Del resto, leggere questa raccolta è come prendere l’ascensore di Betavita per affacciarsi ogni volta su un piano, un racconto diverso. Se impazzisci, almeno riuscirai a conoscere il significato di amulico.

Non dirò qual è stato il mio racconto preferito perché non lo so. Ho la testa colma di particole esalgiche. Forse ho bisogno di una terapia picarebica.

Del resto, ho iniziato a leggere pur cosciente del rischio di contagio. Ma, cioè… non ero preparato. Perché è un libro che muta, non è carta sono squame: è affetto da transkafkamento. Per capirci qualcosa, nelle pagine bisogna perdersi, entrarci dentro, perciò vanno sfogliate zipzappando. È l’unico modo. Io ho zipzappato e ora che ho finito mi sento sprofondare nella struttità. Mi ci manca solo che mi venga un gravicoma. Se non stai capendo quello che dico non è colpa mia, non sei del giro. Forse per te va bene il queleticismo. Ti piace così? D’accordo. Niente scenicchia per te. Ma dovresti provare, sai, perché per i queleticisti non c’è lallità.

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