Fuga di un innocente nell’Italia degli anni ’70: “L’arsenale di Svolte di Fiungo” di Loris Campetti

Ci sono storie che, a causa del dolore e della sofferenza che portano con sé, sprofondano dentro di noi, andandosi a sedimentare nei luoghi più oscuri e inviolabili del nostro cuore. Restano lì a lungo, immobili, perché è giusto che rimangano celate finché non ci si sente pronti a farle uscire fuori.

Ed è quanto accaduto anche a Loris Campetti, che per quasi cinquant’anni ha custodito dentro di sé quanto accaduto all’inizio degli anni ‘70, quando, appena ventiquattrenne, diventò involontario protagonista di una storia che ha segnato il resto della sua vita. Dopo quasi mezzo secolo, però, Campetti ha deciso di raccontare questa sua personale vicenda, mettendo nero su bianco quanto vissuto, nel suo ultimo libro L’arsenale di Svolte di Fiungo, per Manni Editore.

È il 10 novembre 1972. Siamo nelle Marche, più precisamente nella zona tra Camerino e Fiungo. I carabinieri rinvengono una mitragliatrice tedesca, un mitra Thompson americano, un moschetto italiano, una canna per arma da guerra, munizioni, cartucce e pallottole in quantità, bombe a mano americane, tritolo e due timer. Un arsenale, insomma. Al quale vanno aggiunte centinaia di carte d’identità rubate e altri documenti crittografati. Una quantità di materiale tale da destare subito l’attenzione degli inquirenti, che si posa immediatamente su alcuni gruppi di militanti di estrema sinistra. Durante le prime indagini, i carabinieri effettuano una perquisizione a casa di Loris Campetti, legato a quella sponda politica, non rinvenendo nulla, se non una cartina dell’Istituto geografico militare, che riproduce in modo dettagliato proprio la zona tra Camerino e Fiungo. Per Loris è un semplice strumento utilizzato durante le uscite alla ricerca di funghi, ma per le autorità è una prova inconfutabile del suo coinvolgimento nella vicenda dell’arsenale. Campetti ha il sangue freddo di far mettere subito a verbale come sulla carta non ci sia alcun segno, per cercare di evitare qualsiasi tentativo di manomissione. Ma è l’inizio degli anni ‘70: un tempo nel quale le indagini, e i processi, sono un vero e proprio campo minato, sul quale si rischia di rimanere vittime anche quando si è innocenti. L’Italia, inoltre, è una vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

Loris Campetti decide, così, di lasciare Macerata e di iniziare un percorso di latitanza, per provare a sfuggire ad un disegno molto più grande di lui, nel quale sta rischiando di rimanere intrappolato.

Inizia un viaggio che lo porterà dapprima in Puglia, senza, però, riuscirsi a scrollare di dosso la malasorte che l’ha colpito. La permanenza sul tacco d’Italia dura davvero il tempo di un amen, e mentre risale il versante adriatico a bordo della sua Cinquecento gialla, decide di affidarsi ad una delle poche persone che sa non lo tradirebbero mai: Lontano, lo zio pasticcere, comunista vecchio stampo, che appresa la richiesta d’aiuto del giovane Loris, lo manda a Roma, in via Tiburtina 156, a casa di Quinto, un ex comandante partigiano, che dopo averlo accolto con sospetto lo aiuterà a trovare un lavoro come collaudatore presso la Fiat di Anagni, sotto il nome di battaglia di Evaristo Franchi.

E questo è solo l’inizio di un tragitto che, tra latitanza e successivo ritorno allo scoperto, durerà quasi cinque anni: un lustro della vita di Campetti segnato in modo indelebile da angoscia, rabbia e impotenza, fino alla tanto sospirata assoluzione perché il fatto non sussiste arrivata il 28 aprile 1976.

Che sia davvero la fine di un incubo? Mi assale la rabbia per non essere stato preso seriamente, né da lei né da mia madre ne da quanti mi avevano chiesto: ma che ci facevi con quella carta geografica? Adesso che lo scrive anche il giudice istruttore ci credete tutti quanti che non è reato e neanche una leggerezza da nascondere? Anzi, quella carta non avrebbe dovuto meritare neanche un secondo di attenzione. Ma poi decido di star zitto, non voglio fare polemiche, non voglio rovinare un momento di gioia tanto atteso, spero di riuscire a lasciarmi tutto alle spalle, le paure, le fughe, la rabbia, il silenzio incredibile degli inquirenti. Sto zitto perché, in un angolo della mia mente, si fa strada una consapevolezza: ogni volta che rifletto su quella grande ingiustizia mi parte il cervello e rivivo, condensate, tutte le paure e gli episodi che mi hanno ferito e penso, per la prima volta, che da certe paranoie non si guarisce mai completamente.

Una vicenda dal sapore amaro, che tiene incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie anche allo stile di narrativo diretto e asciutto, capace di coinvolgere, attraverso le riflessioni, le ricostruzioni e gli episodi, quest’ultimi a volte grotteschi, ma sempre assolutamente reali.

Quella vissuta da Loris Campetti, e mirabilmente descritta dalla sua stessa penna all’interno de L’arsenale di Svolte di Fiungo, è una storia che tutti dovremmo conoscere: non solo per il rispetto verso un uomo che si è visto depredato di cinque degli anni più verdi della sua vita, ma perché attraverso la sua vicenda si può ricostruire e analizzare quanto accaduto in Italia in quel determinato momento storico.