Liberi Inizi: “Cecità” di José Saramago

Si celebra quest’anno il venticinquesimo anniversario dalla pubblicazione di uno dei romanzi più attuali rispetto al momento che stiamo vivendo: Cecità di José Saramago.

Era, infatti, il 1995, e lo scrittore portoghese raccontava di una società sconvolta da un virus, quello della cecità, che costringeva gli infettati ad essere rinchiusi, creando una forte destabilizzazione generale.

A distanza di due decenni e mezzo ci troviamo, per certi versi, a vivere quanto narrato all’epoca da Saramago, e per questo abbiamo deciso di proporvi l’incipit di Cecità, nel nostro appuntamento settimanale con la rubrica Liberi Inizi.

 

Ecco l’inizio del libro.

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.

Non lo si direbbe. Considerati com’è possibile in questo momento, appena di sfuggita, gli occhi dell’uomo sembrano sani, l’iride si presenta nitida, luminosa, la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può verificarlo, è sconvolto dall’angoscia. Da un momento all’altro, quel che era visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l’uomo volesse trattenere all’interno del cervello l’ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo, protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione, Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu dell’opinione che si dovesse chiamare un’ambulanza, trasportare quel poveretto all’ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, È qui vicino, mi fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un’altra voce rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c’è bisogno, intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l’altro. Dai finestrini della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna, potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos’è, è una disgrazia, sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell’istante si sentì l’avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come ringraziarla, e l’altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me, chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l’avrebbe detto, quando sono uscito da casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere. Si stupì che fossero ancora fermi, Perché non ci muoviamo, domandò, È rosso, rispose l’altro, Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe potuto più sapere quando il semaforo era rosso.

Proprio come aveva detto il cieco, la casa era lì vicino. Ma i marciapiedi erano tutti occupati da automobili, non trovarono dove mettere la macchina, perciò furono costretti ad andare a cercar posto in una delle traverse. Lì, per via del marciapiede troppo stretto lo sportello del sedile accanto al conducente sarebbe stato a poco più di un palmo dal muro, e quindi il cieco, per non dover sottostare all’angoscia di trascinarsi da un sedile all’altro, con la leva del cambio e il volante a ostacolarlo, dovette uscire prima. Abbandonato lì in mezzo alla strada, sentendo il terreno sfuggirgli sotto i piedi, tentò di contenere il dolore che gli saliva in gola. Agitava le mani davanti alla faccia, nervosamente, come se nuotasse in quel che aveva definito un mare di latte, e la bocca gli si stava già aprendo per lanciare un grido di aiuto quando, all’ultimo momento, la mano dell’altro gli sfiorò leggermente il braccio, Si calmi, la conduco io. Cominciarono a camminare molto lentamente, per paura di cadere il cieco trascinava i piedi, ma così inciampava sulle irregolarità del marciapiede, Abbia pazienza, stiamo quasi per arrivare, mormorava l’altro, e un po’ più avanti domandò, C’è qualcuno a casa che possa prendersi cura di lei, e il cieco rispose, Non so, mia moglie non sarà ancora tornata dal lavoro, oggi mi è capitato di uscire prima, e guarda cosa mi succede, Vedrà, non sarà niente, non ho mai sentito di qualcuno che si sia ritrovato cieco così all’improvviso, E io che mi vantavo addirittura di non usare gli occhiali, non ne ho mai avuto bisogno, E allora, lo vede. Erano arrivati davanti alla porta del palazzo, due donne del vicinato guardarono curiose la scena, quel vicino condotto per il braccio, ma nessuna delle due ebbe idea di domandare, Le è entrato qualcosa negli occhi, non gli venne in mente, e tanto meno lui avrebbe potuto rispondere, Sì, mi è entrato un mare di latte. Una volta dentro il palazzo, il cieco disse, Grazie mille, scusi per il disturbo che le ho causato, adesso me la cavo da solo. Per carità, salgo con lei, non starei tranquillo se la lasciassi qui. Entrarono con difficoltà nell’ascensore stretto, A che piano abita, Al terzo, non immagina quanto le sia grato. Non mi ringrazi, oggi a lei, Sì, ha ragione, domani a lei. L’ascensore si fermò, uscirono sul pianerottolo, Vuole che l’aiuti ad aprire la porta, Grazie, questo credo di poterlo fare. Tirò fuori dalla tasca un piccolo mazzo di chiavi, le tastò, una per una, lungo il dentellato, disse, Dev’essere questa, e, toccando la serratura con la punta delle dita, tentò di aprire la porta, Non è questa, Mi faccia vedere, l’aiuto io. La porta si aprì al terzo tentativo. Allora il cieco domandò, rivolto verso l’interno, Ci sei. Non rispose nessuno, e lui, Lo dicevo io, non è ancora arrivata. Con le mani alzate davanti a sé, brancolando, percorse il corridoio, poi si voltò con cautela, orientando la faccia nella direzione in cui calcolava si trovasse l’altro, Come potrò mai ringraziarla, disse, Non ho fatto altro che il mio dovere, si giustificò il buon samaritano, non mi ringrazi, e aggiunse, Vuole che l’aiuti a sistemarsi, che le faccia compagnia finché non arriva sua moglie. All’improvviso tutto quello zelo insospettì il cieco, ovviamente non avrebbe fatto entrare in casa uno sconosciuto che, in fin dei conti, poteva star benissimo escogitando, in quel preciso momento, come sottomettere, legare e tramortire lo sventurato cieco indifeso, per poi impossessarsi di quanto avesse trovato di valore. Non è necessario, non si disturbi, disse, sono a posto, e mentre chiudeva la porta lentamente ripeté, Non è necessario, non è necessario.