Liberi Inizi: “Paura, panico, contagio. Vademecum per affrontare i pericoli” di Paolo Legrenzi

Stiamo vivendo tempi difficili, a causa dell’emergenza legata al Coronavirus, che ha letteralmente rivoluzionato la nostra vita.

Per questo, abbiamo deciso di dedicare l’appuntamento di questa settimana di Liberi Inizi a Paura, panico, contagio. Vademecum per affrontare i pericoli, di Paolo Legrenzi, per Giunti Ediore, un testo, uscito venerdì scorso, che tratta come affrontare i pericoli. E lo fa con taglio divulgativo, fornendo informazioni chiare e precise per non perdere mai l’equilibrio tra le paure e e i pericoli, lungo il filo dell’esistenza, grazie alla descrizione di quali sono i comportamenti corretti da mantenere di fronte a cià che è sconosciuto, come le epidemie, e l’attuale Coronavirus. A partire dai meccanismi psicologici della paura, spiega come sia importante essere consapevoli dei fattori che lo scatenano di fronte a ciò che è sconosciuto e inaspettato.

Un Vademecum che suggerisce come conservare una visione oggettiva degli eventi, come non farsi gestire dalle emozioni ma controbatterle con i ragionamenti, mantenendo l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo. Affronta anche il tema della globalizzazione delle informazioni e di come imparare a capire a chi si deve dare retta nella marea di notizie che, di fronte all’imprevisto, ci trova impreparati. Utile per: affrontare la contingenza della diffusione dell’epidemia del coronavirus che crea difficoltà nella vita quotidiana, familiare e lavorativa, ma al di là di questa contingenza fornisce al lettore la conoscenza dei meccanismi della paura e del suo propagarsi, necessaria per gestire qualsiasi altro tipo di evento inaspettato, che non si conosce e che e ci trova impreparati.

Ecco l’incipit del libro:

 

Una storia che inizia da lontano

Nell’antica Grecia, ai tempi della guerra di Troia, troviamo la prima descrizione del rapporto tra un possibile evento pericoloso e la paura per questo evento. Pensiamo allo scontro tra Achille e Ettore, di cui narra l’Iliade, portato da molti attori sullo schermo, che si conclude con la vittoria del primo e la morte del secondo. I due guerrieri avevano una conoscenza diretta delle rispettive forze. Ettore, come tutti i combattenti a Troia, sapeva che Achille era più forte e che se si fosse scontrato con lui avrebbe perso. Si mise quindi a scappare. Dopo aver fatto tre giri sotto le mura di Troia, la dea Atena intervenne e, prese le sembianze di un amico di Ettore, lo convinse ad affrontare il fatale duello.

La coppia “pericolo percepito-paura” funziona ancor oggi, ma tutto è cambiato da allora.

Di quasi tutti i pericoli noi non abbiamo più una conoscenza diretta. Sono le descrizioni altrui, quelle che leggiamo sui media e troviamo in rete, a narrare l’entità di un pericolo e, di conseguenza, a causare le nostre paure.

Gli eventi di cui abbiamo più paura sono quelli che sono presentati come improvvisi, inaspettati e sconosciuti. Questi eventi descritti come terribili e impressionanti come prima cosa innescano le paure. Poi, quasi immediatamente, il panico si propaga per contagio. In un’epoca di comunicazioni di massa il contagio psicologico tra le menti si diffonde molto molto più velocemente dei contagi biologici tra i corpi.

Non sappiamo a priori quando un virus nasce, né dove, né quante persone saranno colpite e neppure, tra queste, chi guarirà e chi morirà. Ma possiamo conoscere come funziona il percorso che conduce dalla paura all’ansia, che è il timore di qualche cosa che non si conosce bene, e, infine, al panico collettivo. Di questo vogliamo parlare in questo volume, per imparare a gestire un po’ queste paure, senza sottovalutare i pericoli reali, ma senza lasciarsene sopraffare.

La sequenza “paura – ansia – panico – gratitudine per la salvezza” ha caratterizzato ogni evento pericoloso che in passato ci ha colpito a tradimento.

Il primo modello, il prototipo di questa sequenza, sono le epidemie, cioè i contagi di un virus, di una malattia che colpisce il corpo e che si diffonde rapidamente tra le persone.

Nel nostro più antico passato, o nel Medioevo – pensiamo ai tempi in cui i telefoni e Internet ancora non esistevano – credevamo di conoscere le origini delle epidemie che erano per lo più interpretate come segnali sovrannaturali. Individuandone con certezza la causa nel volere di una divinità, si poteva implorare con vari riti la grazia e poi, a epidemia finita, erigere monumenti per ricordare lo scampato pericolo e ringraziare chi ci aveva salvato. A Venezia, per esempio, per questo motivo sono state costruite le Chiese del Redentore e, poi, la Chiesa della Salute.

Così andavano le cose alcuni secoli fa. Oggi, grazie ai progressi della medicina, le morti dovute alle epidemie sono molto diminuite. Il panico, in compenso, è assai aumentato.

Quando si presenta un pericolo imprevisto e di cui è difficile stimare l’entità, intervengono i media e la rete, non i preti come accadeva in passato. Si interrogano subito medici ed esperti di epidemie biologiche, che ci spiegano che è troppo presto per sapere esattamente che cosa succederà. Perché anche gli esperti non possono ancora dare risposte certe e definitive in base ai dati in loro possesso. Ma il “vuoto di conoscenze” crea incertezza e preoccupazione e quindi, in modo quasi automatico, si cerca in qualche modo di colmarlo.

Per questa ragione istintivamente si vanno a cercare informazioni di ogni tipo, anche se non sono verificate o vere, pur di evitare l’incertezza. E chi ha la responsabilità della comunicazione spesso non sa arginare la situazione, anche perché (forse) ignora come funziona il “contagio psicologico”, quello che porta la paura a trasformarsi in panico, prima individuale e poi collettivo. Così accade che, spesso troppo tardi, ci si renda conto che il panico ha assunto proporzioni impressionanti. E si cerca allora di tornare indietro. Ma non è facile farlo.