Liberi Inizi: “Il destino del Faraone” di Clive e Dirk Cussler

Esattemante una settimana fa, lunedì 24 febbraio, ci lasciava Clive Cussler, scrittore statunitense divenuto famoso in tutto il mondo per i suoi romanzi d’avventura.

Tra i suoi titoli più celebri ci sono Virus, Vortice e Missione Eagle, con protagonista il suo personaggio più longevo, Dirk Pitt, Direttore dei Progetti Speciali della NUMA, la National Underwater Marine Agency. E proprio in mare sono ambientate molte delle storie nate dalla fantasia di Cussler, che ha scritto e pubblicato fino a meno di un mese dalla sua morte.

L’ultima fatica letteraria, infatti, è arrivata in Italia appena il 30 gennaio scorso, per Longanesi, con il titolo di Il destino del Faraone, scritto a quattro mani con suo figlio Dirk Cussler, e con ancora come protagonista l’altro Dirk, quello letterario, Pitt.

Per salutare, quindi, uno dei più grandi scrittori d’avventura dello scorso secolo, noi di Liberementi abbiamo deciso di pubblicare quest’oggi, per la rubrica Liberi Inizi, l’incipit proprio dell’ultimo libro di Clive Cussler, Il destino del Faraone.

Ecco l’inizio del romanzo.

 

Menfi, Egitto

1334 a.C.

Gemiti straziati si spandevano sopra la città come una melodia cupa. Le case di mattoni di fango erano gravide di angoscia mentre il silenzio vorticava nel deserto notturno. Il vento, però, non trasportava soltanto i lamenti di chi piangeva una perdita.

Trasportava anche odore di morte.

Un misterioso flagello si era abbattuto su quella terra, bussando alle porte di quasi tutte le case. Colpiva perlopiù i bambini, ma non solo. Le grinfie della morte non avevano risparmiato nemmeno la famiglia reale, e si erano portate via nella loro gelida presa lo stesso faraone.

Rannicchiata all’ombra del Tempio di Aton, una giovane donna cercava di ripararsi dalle grida e dal miasma. Mentre il bagliore della luna che faceva capolino da dietro una nuvola ammantava ogni cosa, la donna sfregò il pesante amuleto d’oro che le poggiava sul petto e cercò di cogliere eventuali segni di movimento. Quando un picchiettio di suole di cuoio sulla pietra le solleticò le orecchie, si voltò e vide una sagoma correre verso di lei dal porticato frontale del tempio.

Suo marito Gaythelos era alto, con riccioli scuri e spalle larghe. Le afferrò la mano e la aiutò ad alzarsi nell’aria calda della notte, con la pelle coperta da un velo di sudore. «La strada per il fiume è sicura», disse sottovoce.

Lei guardò alle spalle del marito. «Dove sono gli altri?»

«Stanno assicurando le imbarcazioni. Vieni, Merytaton, non indugiamo oltre.»

La donna si voltò verso il buio dietro di sé e annuì. Tre uomini nascosti lungo la parete del tempio uscirono allo scoperto, armati di lance e pesanti spade khopesh. Mentre Merytaton seguiva il marito, i tre si disposero a triangolo intorno a lei per proteggerla.

Al seguito di Gaythelos, si allontanarono dall’ingresso del tempio e percorsero una strada laterale, sollevando nuvole di polvere con i sandali. Nonostante l’ora tarda, dalle fessure delle imposte di molte case trapelava il luccichio delle lampade a olio accese. Il gruppo avanzava a passo svelto, attraversando in silenzio l’antica capitale.

La strada digradava dolcemente verso la riva del fiume, dove file di piccole barche erano ormeggiate a una banchina. Mentre procedevano lungo l’argine, comparvero due uomini con lunghe barbe grigie e indumenti di lino malconci che fino a un attimo prima erano rimasti nascosti tra le canne. Le scorte impugnarono le lance e balzarono avanti.

«Guardie! Ferme!» esclamò Merytaton.

Gli uomini armati si bloccarono. Lei li superò e salutò i due uomini. «Osarseph, Ahrwn, cosa ci fate qui? Perché non sietepartiti?»

Il più giovane dei due fece un passo avanti. Un viso raggrinzito dal sole incorniciava due occhi risoluti. «Merytaton, non avremmo potuto godere della libertà senza prima offrirvi il nostro ringraziamento. La vostra influenza presso il faraone è stata fondamentale per il suo editto. Mi unisco al vostro dolore per la sua dipartita ad Amarna.»

«La mia influenza è stata discutibile», rispose lei. «È fuor di dubbio però che ora i sommi sacerdoti del faraone hanno il controllo delle nostre terre, e hanno incolpato la famiglia reale per le sofferenze inflitte all’Egitto.»

«La vostra unica colpa è di avere buon cuore nei confronti degli oppressi.» Si sfilò la sacca di pelle di capra che portava intorno al collo e gliela porse. «Ci avete salvati dalle acque contaminate del Nilo. Ora è giunto il momento che salviate voi stessa.»

«Avete prestato ascolto dove il faraone non l’ha fatto. È Gaythelos che dovete ringraziare, non me.» Si girò verso il marito. «Era lui a conoscere il potere dell’appio.»

Osarseph si girò e fece un inchino all’uomo. «Vi unite a noi?» domandò indicando il fiume. Sulla riva opposta, il bagliore di migliaia di fuochi punteggiava l’orizzonte.

«No», rispose Merytaton. «Affideremo il nostro destino al mare.»

L’anziano annuì, poi si inginocchiò davanti a lei. «Io e mio fratello porteremo sempre nel cuore le vostre gesta. Possiate vivere in pace finché le stelle continueranno a brillare.»

«Anche voi, Osarseph. Addio.»

I due uomini salirono a bordo di una piccola zattera, spingendosi nell’oscurità del fiume, e cominciarono a remare verso la sponda opposta.

«Forse dovremmo seguirli», sussurrò lei.

«Il deserto non porta altro che stenti, mia amata», disse Gaythelos. «Terre più ospitali ci attendono. Non rinviamo oltre.»

Fece strada al gruppo lungo la sponda, allontanandosi dalle navi ormeggiate al molo cittadino per dirigersi verso tre imbarcazioni nascoste tra le canne verso valle. Mentre si avvicinavano, alcune sentinelle armate intimarono loro l’altolà prima di accompagnarli a bordo di una delle navi.

Merytaton e Gaythelos presero posto su una panca sotto l’unico albero mentre gli ormeggi venivano sciolti. L’equipaggio incominciò a remare, lasciandosi alle spalle la sponda, e seguì le altre due imbarcazioni verso il centro del Nilo.

Merytaton si guardò intorno con espressione poco convinta. La nave era lunga meno di trenta braccia, a ponte scoperto, con uno scafo che si incurvava verso l’alto a prua e a poppa. Il ponte era disseminato di contenitori e ceste traboccanti di provviste. La maggior parte dei soldati schierati lungo le frisate era impegnata a vogare con remi corti. Le altre due imbarcazioni – mercantili veterani delle traversate del Mediterraneo – navigavano altrettanto basse sull’acqua.

Le rande quadrate erano parzialmente alzate e attrezzate da prua a poppa per manovrare le imbarcazioni sospinte verso nord dalla corrente. Piccole lampade a olio penzolavano dalle prue, gettando una luce fioca sulle acque scure antistanti. Mentre si lasciavano dietro la città di Menfi, le navi erano accompagnate soltanto dal suono dell’acqua che si infrangeva contro gliscafi e dei remi che si tuffavano nel fiume.

Dopo una decina di miglia, sui mercantili si diffuse un mormorio. Davanti a loro era apparsa una fila di lanterne: c’era un’imbarcazione ormeggiata al centro del fiume.

Merytaton osservò la nave illuminata strizzando gli occhi. Alcune cime la collegavano a entrambe le sponde affinché potesse fungere da traghetto durante il giorno e da posto di pedaggio per le navi durante la notte. Ma le grida d’allarme a bordo rivelavano che quella notte era pronta non soltanto a riscuotere dazi.

«Spegnete il faro!» gridò il capitano del mercantile di Merytaton, un uomo burbero con la testa rasata, prima di guardare le altre imbarcazioni.

Troppo tardi. Erano state viste tutte e tre. Una squadra di arcieri radunata sulla nave li bersagliò con uno sbarramento di frecce.

Gaythelos spinse Merytaton a terra. Un membro dell’equipaggio lanciò un grido, afferrandosi il collo nel punto in cui si era conficcata una freccia.

«State giù!» Mentre due uomini rimanevano di guardia lì accanto, Gaythelos trascinò un sacco di grano sul ponte e lo usò per coprire la moglie.

Sotto il sacco, Merytaton non poté fare altro che ascoltare la battaglia intorno a sé. Le tre imbarcazioni puntarono verso la riva opposta, allontanandosi il più possibile dalla nave. Il primo si avvicinò a una delle cime di quest’ultima e alcuni uomini armati di spada si sporsero oltre la prua per tagliarla. Molti di loro furono abbattuti dagli arcieri, mentre altri riuscirono a fendere la barriera.

I tre mercantili proseguirono verso valle, ma la nave calò una piccola imbarcazione da inseguimento zeppa di guerrieri e altri arcieri, che mise i remi in acqua e si diresse verso il mercantile più vicino, quello su cui viaggiavano Merytaton e Gaythelos. Lo raggiunse rapidamente e lo abbordò. I guerrieri si arrampicarono sui fianchi, senza aspettarsi una grande resistenza.

Gaythelos e il contingente armato balzarono fuori dall’oscurità, brandendo le lance e colpendo gli aggressori con spade di bronzo. Ogni singolo membro dell’equipaggio combatté per respingere i nemici, e in coperta esplose una moltitudine di scontri corpo a corpo. Gli arcieri sulla nave che li aveva attaccati scoccavano frecce nella mischia, uccidendo guerrieri di entrambe le parti. I cadaveri cadevano nel Nilo. La battaglia continuò a infuriare fino a quando gli aggressori parvero passare in vantaggio. Sentendo la sconfitta ormai vicina, Merytaton si alzò dal suo nascondiglio e raccolse la spada di un morto.

«Conquistiamo la vittoria!» invocò conficcando la lama nel corpo di un nemico.

Di fronte a quella vista, i difensori si rianimarono. Si scagliarono contro gli aggressori, costringendoli verso poppa e uccidendoli senza alcuna pietà. Poi toccò alla loro imbarcazione. Gli spadaccini della principessa ora furiosi saltarono a bordo e massacrarono gli arcieri rimasti, infine spinsero la barca alla deriva con il suo carico di cadaveri.

Merytaton si spostò a prua in cerca del marito. Il ponte era intriso di sangue, con morti e feriti dappertutto. Gaythelos apparve con un pugnale insanguinato in mano. Lei lo abbracciò.

«Siamo al sicuro ora», disse lui. «Ci hai condotti alla vittoria.» Si girò verso il capitano, che sedeva al remo di governo, con una freccia che gli spuntava dalla spalla. «Non è così?»

L’uomo annuì. «Non ci saranno altri ostacoli. Siamo quasi al Delta, e da lì avremo vari modi per raggiungere il mare. Entro domattina ci saremo lasciati l’Egitto alle spalle.»

L’armata continuò a navigare nella notte, imboccando un ramo orientale del Delta del Nilo fiancheggiato da campi d’orzo maturo. Di lì a poco il Mediterraneo chiamò verso di sé le tre navi, che scivolarono sulle sue acque turchesi. Il sole cominciava a rischiarare il cielo mattutino e loro si mantennero a debita distanza da una fila di imbarcazioni in arrivo da levante.

Merytaton sedeva accanto a Gaythelos mentre la costa egiziana spariva lentamente dietro di loro. Si strinse la sacca di pelle di capra al petto, con il pensiero rivolto al proprio futuro. Pur avendo salvato innumerevoli vite, aveva anche sacrificato tutto ciò che amava.

Si alzò e andò verso prua con un rinnovato senso del destino. Con l’orizzonte in fondo al mare sconfinato davanti a sé, guardò verso il mondo ignoto che la attendeva.