Liberi Inizi: “Radiogol – Trentacinque anni di calcio minuto per minuto” di Riccardo Cucchi

Chi oggi ha più di trent’anni ricorda perfettamente le domeniche pomeriggio trascorse accanto alla radiolina, ascoltando le voci dei narratori del calcio di una volta, susseguirsi, e a volte sovrapporsi, per raccontare un gol o la designazione di un calcio di rigore.

Un rito ereditato dai padri e dai nonni, che negli anni erano rimasti fedeli al loro appuntamento settimanale con il calcio ascoltato alla radio, magari ad occhi chiusi, immaginando le gesta dei propri beniamini sul terreno di gioco.

Quell’appuntamento si chiamava, e si chiama tutt’ora, Tutto il calcio minuto per minuto, storica trasmissione radiofonica, che lo scorso 10 gennaio ha tagliato il traguardo dei sessant’anni dalla messa in onda della prima trasmissione.

E per la rubrica Liberi Inizi di questa settimana, vi proponiamo l’incipit di Radiogol – trentacinque anni di calcio minuto per minuto, di Riccardo Cucchi, voce storica della trasmissione di RadioRai, della quale è stato uno dei protagonisti per oltre tre decadi.

 

 

Sono le 18 e 4 minuti

Maggio è un mese bellissimo. È il primo mese, dopo l’inverno, a dirti senza pudore che l’estate sta arrivando. Guidando verso Perugia osservavo il cielo terso, cristallino, trasparente. E pensavo all’imminente riposo. Non troppo lungo, qualche settimana: gli Europei di calcio in Olanda e Belgio e il ritiro della Nazionale erano vicini. Il lavoro non si sarebbe fermato. Ma l’ultima giornata di campionato ha sempre lo stesso sapore dell’ultimo giorno di scuola. Dopo il suono della campanella, è legittimo rilassarsi e pensare a qualcos’altro: un buon libro, buona musica, qualche giornata di svago.

Oggi alle 17 avremmo saputo. La Juventus era in rampa di lancio, un punto a Perugia e sarebbe arrivato lo scudetto. La squadra di Mazzone era salva, si sarebbe comunque impegnata – conoscevamo la grinta e la lealtà di Carletto –, ma la Juventus era più forte. Facile immaginare un successo. Come facile era immaginare un successo della Lazio impegnata all’Olimpico contro la Reggina. La classifica avrebbe detto: Juventus campione d’Italia, Lazio seconda a due punti, un’inezia. È un momento magico per il radiocronista, quello finale. L’arbitro fischia indicando l’uscita dal campo, e la stagione si chiude con il titolo inseguito per tutto l’anno. È il tempo della gioia, della festa. E la formula ripetuta da generazioni di radiocronisti è sempre quella, invariata nel tempo, fedele alla passione che suscita: «sono le … del 14 maggio del 2000. La… è campione d’Italia!».

Mi ha sempre affascinato l’idea di Enrico Ameri di col- legare il giorno dello scudetto all’ora e al minuto esatto in cui viene vinto. Ero praticamente nato ascoltandola e non mi era mai sorto il dubbio che avesse perso validità. An- che oggi avrei guardato l’ora, più o meno le 16.50, e avrei scandito la formula. Ogni scudetto va celebrato con la giusta enfasi, ogni scudetto va rispettato al di là delle critiche e polemiche che l’hanno accompagnato. Rispettarlo significa rispettare la passione della gente che tifa e che ama il calcio. Certo, le polemiche non erano mancate, anzi. I tifosi della Lazio erano addirittura scesi in strada e ave- vano manifestato sotto gli uffici della Figc. Pretendevano un’ultima giornata regolare. Pretendevano che si vigilasse sul corretto comportamento in campo del Perugia. Questa era la sostanza, brutalmente. Del resto, nella stagione precedente, il Milan aveva ottenuto lo scudetto al fotofinish e proprio sulla Lazio battendo, nell’ultima al Curi, un Perugia già salvo. Il destino proponeva un copione simile. L’anno prima il «tam tam» dei tifosi e le trasmissioni sportive avevano elaborato teorie del complotto a base di rigori negati e chissà quali altre nefandezze. In effetti a Firenze l’attaccante cileno della Lazio Salas era andato giù in area senza convincere l’arbitro ad assegnare il rigore in favore dei romani. Ma onestamente bisognava ammettere che la Lazio aveva dilapidato un bel vantaggio, per demeriti suoi, nelle giornate precedenti. Il clima era elettrico.

«Che le porto?» Ero arrivato con grande anticipo a Perugia. Avevo tempo e potevo rompere una regola per me aulica: non mangiare prima della partita. Mai.

«Mi porti un filetto alla griglia. Avete la brace?»

«E le pare che non ce l’avemo qui in Umbria?» Si era quasi offeso, a giudicare dal tono. Non replicai e attesi. Il giorno prima ero andato a Gubbio, nel ritiro del Perugia, per intervistare Mazzone. Un uomo di calcio vero, schietto, sincero. Romano e romanista. Qualcuno, maliziosa- mente, aveva ipotizzato un Perugia morbido, pronto a scansarsi per non fare un piacere alla Lazio.

«Non scherziamo. Nemmeno per fare battute. Non ci sto. Noi giocheremo la partita e la giocheremo al meglio. Davanti abbiamo la Juventus. Se non hai stimoli quando giochi contro di loro, quando li hai? E dobbiamo rispettare il nostro pubblico. Vengono al Curi per vedere il Perugia vincere, non per vedere una squadra di “mollacchioni”. Noi ce la giochiamo. Abbiamo la mente sgombra, siamo salvi. Giochiamo al calcio, giochiamo il calcio che sappiamo. Poi loro sono forti e magari saranno più bravi di noi. Ma su una cosa con me non si scherza: l’impegno. Quello deve esserci sempre.»

Parole chiare, senza alcuna esitazione. E vere. Di Mazzone non si poteva dubitare. E non si doveva dubitare. Sta- vo per addentare il filetto quando squillò il telefono.

«Ciao papà, sto andando allo stadio. Sei già a Perugia?» Mio figlio, tifoso laziale. E naturalmente pronto a unirsi agli 80 000 che stavano per riempire l’Olimpico.

«Perché non hai fatto la Lazio oggi? Pensa se vincono lo scudetto…»

Cercai di spiegare ciò che già sapeva. La scaletta di Tutto il calcio ha regole rigide e consolidate. Il primo campo va a chi è in testa alla classifica, in testa c’era la Juventus e dunque a me, che ero la prima voce, toccava il campo di Perugia. La mia simpatia calcistica per la Lazio non poteva e non doveva contare. Non aveva mai contato in tutti questi anni trascorsi al microfono. Gli augurai buon divertimento e ci demmo appuntamento a dopo le parti- te. Ero rammaricato per mio figlio. Non sarebbe riuscito a vivere uno scudetto da tifoso, come era avvenuto a me tanti anni prima. La Lazio di quegli anni era davvero una squadra forte, organizzata, competitiva, ed era allenata da un signore. Eriksson si era adattato benissimo agli umori di una città che di svedese aveva davvero poco. Anzi. La passione, specie quando in ballo c’era il calcio, poteva tra- volgere e stordire chiunque. Non Sven, che con un sorriso stemperava tutto. Malgrado gli sforzi del presidente Cragnotti e quelli di Eriksson, Juventus e Milan avevano una marcia in più e il loro dominio sul campionato sembrava inattaccabile. Pensai al massimo che si potesse rinviare tutto a uno spareggio tra Juventus e Lazio – ipotesi contemplata dalla classifica e dai regolamenti –, se la Juventus avesse pareggiato e la Lazio vinto. Ipotesi sorprendente, in ogni caso. Tra qualche ora avremmo saputo.

Uscii dalla piccola trattoria adiacente allo stadio. Era una giornata stupenda. Il sole era caldo e il cielo sempre più azzurro. Un azzurro intenso. Nemmeno una nuvola a disturbare tanta magnificenza. Mi sfilai la giacca e mi diressi a piedi, molto lentamente, verso il Renato Curi. La temperatura era alta.