“La grande fabbrica delle parole” di Agnès de Lestrade

Che valore hanno le parole? Questa è forse una delle domande che ci si pone meno di frequente, tendendo così a non dare la giusta importanza ad una questione centrale nella vita di ogni giorno.

Sì, perché le parole sono quanto di più assiduo venga utilizzato quotidianamente, per comunicare e per creare relazioni: ognuna di esse crea un piccolo legame con chi ascolta o chi legge, e grazie a loro vengono trasmesse idee, stati d’animo, pensieri, reazioni, e tutto ciò che si sente la necessità di condividere.

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola” Emily Dickinson.

Ed è proprio così.

Un potere, quello delle parole, tanto grande quanto prezioso. E a volte pericoloso.

Un potere che si tramuta in valore, quando le parole vengono scelte con cura, selezionate e distillate, perché non se ne usino in sovrabbondanza.

Un concetto, questo, che trova un difficile riscontro nell’attualità, dove si eccede nell’utilizzo dei termini, sia quantitativo che qualitativo, fino ad arrivare addirittura ad abusare di alcuni di loro, travisandone il significato.

Ma cosa accadrebbe se le parole avessero un prezzo e potessimo parlare utilizzando solo quelle in nostro possesso?

È questa l’idea, geniale e affascinante, alla base de“La grande fabbrica delle parole”, scritto dall’autrice francese Agnès de Lestrade, e illustrato dalla disegnatrice argentina Valeria Docampo, pubblicato in Italia da Terre di Mezzo Editore.

Un libro che, nonostante sia rivolto ad un pubblico molto giovane, lascia letteralmente ammaliato anche il lettore più adulto, fornendo importanti spunti di riflessione su un tema tanto sottovalutato come quello delle parole.

 

La storia è ambientata in un paese dove le persone non parlano quasi mai, perché per poterlo fare bisogna prima aver comprato e inghiottito le parole che si vogliono pronunciare. E proprio in questo paese lavora senza sosta la grande fabbrica delle parole, che produce tutte le parole di tutte le lingue del mondo.

Ci sono varie categorie di termini: si va da quelli più comuni, che costano meno, fino a quelli più rari, difficili da trovare, e quindi preziosi e cari.

Parlare, quindi, costa molto, e non tutti possono permettersi di farlo.

In questo paese vive Philéas, un ragazzo innamorato di Cybelle, che in previsione del compleanno di quest’ultima, gira per la città con il suo retino per catturare quante più parole possibili, per la sua importante missione: dichiararle il proprio amore.

Ma le parole che volteggiano nel cielo, scartate dagli altri cittadini, non sono quelle di cui il giovane ha bisogno: tra le foglie spazzate via dal vento, infatti, si trovano solo termini di uso comune.

Tra Philéas e il suo desiderio di dichiarare il proprio amore a Cybelle, poi, non ci sono solo le parole che il ragazzo vorrebbe pronunciare, ma c’è anche Oscar, figlio di genitori molto ricchi, anch’egli innamorato della ragazza, alla quale dedica ogni giorno decine di parole importanti.

Nel giorno del compleanno della giovane, Philéas e Oscar pronunceranno le proprie parole d’amore verso Cybelle, suscitando reazioni diverse, quasi opposte.

Una storia, quella de “La grande fabbrica delle parole”, che non si lascia andare a facili romanticismi e a finali scontati e sdolcinati, regalando la propria morale attraverso la raffigurazione di istantanee dalle tinte forti: dalle tavole dell’illustratrice Docampo, che mescola sapientemente colori e sfumature che accompagnano lungo tutte le pagine del libro, alla fredda ambientazione di una città dove il silenzio viene interrotto dal brusio di pochi oratori, nel quale i protagonisti muovono le proprie vicende.

Un libro da leggere, e da tenere gelosamente non solo nella propria libreria, ma nel proprio bagaglio culturale.

Perché possa ricordare sempre il valore e l’importanza di ogni parola pronunciata.

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