Più Libri Più Liberi: una guida sentimentale

Ho lavorato a Più libri più liberi per 10 anni.
Per l’esattezza dieci anni e undici edizioni.
Dalla quarta del 2005 alla quattordicesima del 2015.
E in quei dieci anni sono successe un sacco di cose.

Cose formative, cose belle, cose interessanti e a volte pure cose un po’ noiose. Ma non è dei ricordi noiosi che voglio parlare. Piuttosto di quella volta in cui degli adepti di Scientology mi hanno dato del fascista. Volevano boicottare la presentazione di un libro delle Paoline. Sì, le suore. Oppure di quando ho preso un ascensore con Andreotti o ho tenuto sottobraccio Camilleri. O di quando mi è capitato di discutere con dei funzionari della Rai che per loro comodità volevano trasformare a senso unico un corridoio sovraffollato. O anche della stretta di mano con Umberto Eco. Beh, sto mentendo in realtà. Tecnicamente lui mi porse il dito indice perché aveva troppe cose in mano, ma insomma conta il pensiero in questi casi. Confesso di aver anche stalkerato Beppe Severgnini spiegandogli perché lui era stato fondamentale per la mia tesi di laurea e per il mio primo libro. E di quando mi sono ritrovato ad aiutare Zerocalcare a spostare un gruppo elettrogeno dentro la stazione di Rebibbia dove stavamo realizzando il murales per l’edizione 2014. E potrei andare avanti ancora a lungo. Per ragioni pratiche e legali ad esempio non sto qui a entrare nei dettagli di una litigata con una nota attrice napoletana che continuava a chiamarmi Enrico.

In tutti quegli anni ho visto passare gente di ogni tipo: strafamosa, famosa in fieri o perfetti sconosciuti. Ho visto vip pagare il biglietto ed entrare da soli e plancton dello showbiz esigere riguardi hollywoodiani. Ho visto lettori accamparsi fuori da una sala per una dedica e gente lamentarsi per il caldo, per il freddo, per la qualità panini, per l’assenza di Mondadori (!) e per quella del banchetto delle patatine fritte. E poi lamentarsi l’anno seguente per la puzza. Di fritto.
Ho chiesto una sola volta una foto. A René Ferretti (aka Francesco Pannofino) al grido di dai dai dai, motto di Boris che insieme a DAJE per anni è stato anche la colonna sonora di pomeriggi con colleghi-amici passati a correggere bozze e a contattare uffici stampa o giornalisti e a far andare le cose secondo i piani.

In quei dieci anni sono passato da studentello stagista preso e sbattuto nel mondo del lavoro culturale (perché con la cultura ci si lavora e ci si mangia, polemica che caratterizzò l’edizione del 2008) a uomo. Ricordo le prime riunioni in cui non venivo considerato e quelle dove iniziavano a ricordarsi il mio nome, fino alle ultime dove ero una parte (quasi) essenziale. Ricordo che per parecchi anni si inseriva nei contratti di affitto “l’opzione nuvola” per l’anno successivo… ma ‘sta nuvola ancora era solo un cantiere. E adesso invece è reale. Brutta magari, ma sicuramente funzionale.

Sono diventato adulto lavorando per Più libri, arrivando alla fine anche a capire che non era più quello il mio tempo e il mio spazio. Che tutto ciò che potevo apprendere lo avevo imparato e la differenza non poteva farla un contratto a tempo indeterminato.
Scelta folle per molti, coraggiosa per altri.
Semplicemente giusta, per me.
E allora via verso nuove avventure e nuove storie da raccontare. Era il momento di riporre in un bagaglio tutto ciò che in quegli anni avevo carpito (ed era tantissimo) e poi mettermelo in spalla per andare altrove.
Fare, sperimentare e crescere ancora.
Il mio capo mi disse una volta: Arriverà il giorno in cui busserai a quella porta e mi dirai che per te è giunto il momento di andare. E quel momento arrivò. Quattro anni dopo quella frase.
Da quando me ne sono andato non mi è mancata un solo istante, Più libri più liberi.
E credo che i motivi siano due. Da una parte perché so di aver agito in piena consapevolezza. E dall’altra perché so che c’è gente brava – anzi bravissima – a farsi un mazzo dalla mattina alla sera per garantire ai visitatori, espositori e autori un’esperienza semplicemente unica. Uno spirito di sacrificio che in me, dopo una decade, iniziava a scarseggiare.

Se andrete a Più libri più liberi fatelo pensando che non c’è soltanto il nome noto o il giornalista famoso, ma anche l’autore esordiente, il ragazzo che cerca lavoro e lascia cv e la ragazza che consegna copie del suo romanzo nel cassetto.
Sogni, speranze, storie. Questa è Più libri.
E se ci andate pensate anche che dietro al più piccolo cartello di segnaletica c’è una persona che ha ragionato su cosa scriverci e su dove posizionarlo. Pensate che dietro al catalogo c’è qualcuno che lo ha corretto e ha fatto sì che l’editore potesse iscriversi e partecipare. Pensate che il ragazzo del servizio interno che vi sorride e apre la porta, al termine dei cinque giorni avrà sorriso e aperto porte decine di migliaia di volte. Pensate a Più libri più liberi come a una grande storia fatta non da una sola prima donna, ma da tanti piccoli commedianti, tutti protagonisti. Un film corale praticamente. Che poi a Natale ci sta pure bene.
Pensatela così e respiratela a pieni polmoni.

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