Liberi Inizi: “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” di David Quammen

Stiamo vivendo un tempo particolare, diverso da qualsiasi altro tempo che abbiamo vissuto.

Il Coronavirus, e tutte le conseguenze legate all’emergenza che ne è scaturita, stanno segnando in modo indelebile l’inizio di questo decennio, e, con ogni probabilità, segneranno anche il nostro futuro.

Anche le letture di molti di noi sono influenzate da quanto stiamo vivendo: non a caso, un libro molti anni fa, è in vetta alle classifiche di vendita, per il suo tema estremamente attuale.

Si tratta di Spillover. L’evoluzione delle pandemie, di David Quammen, edito da Adelphi.

Ogni lettore reagirà in modo diverso alle scene che David Quammen racconta seguendo da vicino i cacciatori di virus cui questo libro è dedicato, quindi entrerà con uno spirito diverso nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nel folto della foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi, e apparentemente inoffensivi, gorilla. Ma quando scoprirà che ciascuno di quegli animali, come i maiali, le zanzare o gli scimpanzé che si incontrano in altre pagine, può essere il vettore della prossima pandemia – di Nipah, Ebola, SARS, o di virus dormienti e ancora solo in parte conosciuti, che un piccolo spillover può trasmettere all’uomo –, ogni lettore risponderà allo stesso modo: non riuscirà più a dormire, o almeno non prima di avere letto il racconto di Quammen fino all’ultima riga. E a quel punto, forse, deciderà di ricominciarlo daccapo, sperando di capire se a provocare il prossimo Big One – la prossima grande epidemia – sarà davvero Ebola, o un’al­tra entità ancora innominata.

Per la rubria Liberi Inizi di questa settimana, ecco l’incipit di Spillover.

Il cavallo verde

Hendra, Australia, 1994

Il virus oggi noto come “Hendra” non fu certo il primo di una serie di nuovi e spaventosi patogeni, né il peggiore. Sembrava anzi essere molto meno grave di altri: in termini numerici la mortalità era inizialmente bassa e da allora è rimasta tale; inoltre si manifestò in un ambito molto circoscritto e gli episodi successivi non si verificarono troppo lontano dal focolaio. Tutto partì da una località vicina a Brisbane, in Australia, nel 1994. I primi casi segnalati furono due, di cui uno mortale. No, aspettate, ho sbagliato: gli umani colpiti furono due e ci fu un morto umano. Altri individui ne soffrirono e ne morirono, circa una quindicina, ma erano cavalli. La loro storia è parte di questa storia. Le malattie animali e quelle umane sono, come vedremo, due fili strettamente intrecciati.

La prima apparizione del virus Hendra non sembrò foriera di minacce né degna delle prime pagine, tranne che per chi si trovasse nell’Australia orientale. Non era pari a un terremoto, una guerra, una sparatoria in una scuola, uno tsunami. Ma aveva delle peculiarità. Era sinistro. Oggi è un po’ più conosciuto, perlomeno tra gli infettivologi e gli australiani, dunque fa un po’ meno paura, però rimane abbastanza strano. È un virus a due facce: a diffusione limitata ed episodica, ma al tempo stesso rappresentativo di qualcosa di più grande. Proprio per questo motivo è un buon punto di partenza per iniziare a capire cosa significhi l’emergenza di certe nuove virulente realtà sul nostro pianeta, responsabili, tra l’altro, della morte di più di trenta milioni di individui dal 1981 a oggi. Sono realtà che coinvolgono il fenomeno della zoonosi.

Si definisce zoonosi ogni infezione animale trasmissibile agli esseri umani. Ne esistono molte più di quanto si potrebbe pensare. L’AIDS ne è un esempio, le varie versioni dell’influenza pure. Guardandole da lontano, tutte insieme, queste malattie sembrano confermare l’antica verità darwiniana (la più sinistra tra quelle da lui enunciate, ben nota eppure sistematicamente dimenticata): siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia. Esaminate una per una, partendo magari da questo caso australiano relativamente poco noto, ci forniscono un salutare promemoria del fatto che ogni cosa, pestilenze incluse, deve avere un’origine.