Liberi Inizi: “Vivi, ama, corri. Avanti tutta!” di Leonardo Cenci

Domani, 4 febbraio, si celebrerà il World Cancer Day, ovvero la Giornata Mondiale contro il Cancro, promossa dall’Unione Internazionale contro il Cancro, e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Per la rubrica Liberi Inizi, noi di Liberementi, vi proponiamo l’incipit di Vivi, ama, corri. Avanti tutta!, di Leonardo Cenci, con Rosangela Percoco, edito da Salani.

È la storia di Leonardo, che nel momento in cui gli è stato diagnosticato un cancro, con un’aspettativa di vita di appena quattro mesi, non si è dato per vinto, ma si è rimboccato le maniche della tuta, e si è dato da fare per rendere il tempo che gli restava il migliore possibile.

Da buon maratoneta, ha detto al suo cancro: “Io continuo a camminare, vedi un po’ se riesci a starmi dietro”. E il suo “ospite”, come lo chiama lui, ha dovuto rassegnarsi e seguirlo fino a New York, correndo con Leonardo ben due maratone.

Il 30 gennaio dello scorso anno, purtoppo, Leonardo è morto, lasciando un vuoto incolmabile in tutti quelli che lo hanno conosciuto, prima e durante la malattia, e che hanno potuto godere del maratoneta, dello scrittore e dell’uomo che era.

Vivi, ama, corri. Avanti tutta!, è una testimonianza immortale che Leonardo ha lasciato a tutti noi, e che noi vi consigliamo di leggere in questa settimana.

Ecco l’inizio del libro.

 

Vorrei che questo libro respirasse, che gli battesse il cuore. Che fosse coraggioso, che sorridesse fin dalla copertina. Che fosse un inno alla vita, un grazie a ogni giorno che comincia e uno a ogni giorno che finisce. Che fosse un timone, una medaglia, un paradosso.
Vorrei che questo libro fosse Leo.

Quando sono stata coinvolta in questa avventura, mi sono chiesta prima di tutto ‘Perché a me?’
Lo faccio sempre di fronte ai regali troppo grandi che credo di non meritare.
Poi ho pensato che sarebbe stato un autentico privilegio fare da ‘autista’ a una storia così bella; e che la scrittura avrebbe fatto finalmente il suo onesto lavoro: sarebbe dovuta restare fuori a osservare attentamente ma avrebbe anche dovuto, di tanto in tanto, entrare per guardare dentro. Più dentro.

Ho pensato anche però che in veste di copilota non sarebbe stato semplice trovare l’equilibrio fra entrare, uscire, entrare ancora e uscire di nuovo; e che forse non era nemmeno giusto ‘saccheggiare’ ore di vita a chi da cinque anni non intende sprecare nemmeno un granello di sabbia della propria clessidra.
Poi Leo l’ho conosciuto, e gli ho detto sì. Ci sto.

Come del resto fa chiunque lo incontri. Leo è nato per farsi rispondere sì, glielo ha dovuto dire persino il cancro, quando hanno contrattato il tempo da vivere insieme.
Non l’avevo ancora incontrato e già il leonardopensiero mi aveva pizzicato qualche angolo di cuore. Lo aveva fatto con la sua prima mail, tanto per cominciare, nella quale mi diceva che sarebbe venuto a prendermi alla stazione di Perugia con la sua carrozza.
Maddai! ho pensato. Non scherziamo. È malato di un cancro inguaribile al polmone, al telefono mi dice che l’ultima TAC ha evidenziato più di qualcosa di nuovo, siamo in luglio e ci sono quaranta gradi all’ombra, come se non bastasse lui è pure impegnato nell’evento più importante della sua associazione (all’aperto, naturalmente) e dice che viene a prendermi alla stazione? (a mezzogiorno, è ovvio).

Salita sul treno, la prima cosa che ho visto alzando lo sguardo, è stato il tweet di Papa Francesco che scorreva sul monitor e che esortava a «difendere la vita umana soprattutto quando è ferita dalla malattia». Non sono persona di fede inossidabile, ma certe… coincidenze? mi fanno effetto, lo confesso.
Nel treno in corsa, la testa bassa sul libro aperto mi ha protetta da eventuali altri segnali che avrebbero potuto destabilizzarmi.

A niente è servito cercare di impedire a Leo di venire a prendermi. Scesa dal treno, l’ho trovato lì ad aspettarmi con un sorriso grande come la stazione, e quando ha aperto la portiera della sua auto per farmi entrare, ho dovuto strofinare gli occhi per cancellare l’immagine della carrozza che ci si era infilata dentro, chissà come.

Quello che ‘ho rubato’ a Leo durante la nostra chiacchierata è tutto in queste pagine, o almeno tutto quanto mi è stato possibile raccontare. Il resto – le risate, le lacrime, i silenzi, gli incontri con chi lo ferma per strada e lo ringrazia di esistere (praticamente tutta Perugia e parecchi dintorni), le passeggiate sul lungo lago Trasimeno a parlare di che cos’è la vita quando sai di morire – ecco, questo invece non sono certa di essere riuscita a tradurlo in parole.

Durante il viaggio di ritorno, cercavo di distrarmi guardando dal finestrino senza concentrarmi su qualcosa di preciso, guardando e basta, ed eccolo lì, il manifesto appeso al muro di una stazione: solo l’amore non si consuma c’era scritto.

La carrozza, il tweet, l’amore che non si consuma.
Qualcosa mi stava dicendo che dovevo diventare il cavallo di don Chisciotte.
E poi c’è stato quel mattino, a colazione.
Leo mi aveva appena raccontato che l’ospite aveva conquistato altri due millimetri di spazio al suo polmone e che anche le metastasi cerebrali sembravano aumentate.
Io non sapevo che cosa dire, e non è una bella partenza non sapere cosa dire quando c’è da scrivere un libro.

«Capisci adesso perché sorrido? Le mie metastasi domattina potrebbero togliermi la facoltà di farlo. Perciò sorrido oggi».
Continuavo a non sapere cosa dire, ma ero sicura che qualsiasi cosa fosse avrei provato a scriverla. Ecco, vorrei che queste pagine fossero Leo. Non di Leo, con Leo o per Leo. Vorrei proprio che fossero lui.

Perché nel tempo di convivenza con un cancro che avrebbe voluto portarselo via cinque anni fa e che non ha alcuna intenzione di cedere il passo, Leo il suo passo lo ha tenuto e lo mantiene costante, fermo, lungo. Fino a New York.
Leo ha infranto protocolli, ha rovesciato prospettive, ha guardato in faccia una realtà inguardabile per i più. E adesso in tanti guardano lui come un esempio. Leo ama la vita che gli è toccata, non qualsiasi altra vita gli sarebbe potuta toccare; e quella che ha, lui la abbraccia, la stringe, la vuole. E lei lo sta ricambiando.

Leo ha rivoluzionato l’esistenza di molte persone e il suo donarsi sempre senza risparmiarsi, a sentire lui, ha allungato la sua.
Io stessa non sono più quella che ero prima di salire sulla sua carrozza.
Ho sempre pensato che raccontare storie ci servisse per scandire il tempo che passa e provare a fermarne un po’. Ma dopo avere fatto l’autista di questa storia, penso che il tempo non vada fermato, vada più semplicemente vissuto appieno, svuotato di attese e riempito di progetti e di sogni.

Shakespeare scriveva che gli esseri umani sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Se avesse conosciuto Leo, se lo avesse visto correre, avrebbe detto che i sogni sono fatti della stessa materia di cui è fatto lui.
Forse vale la pena di approfondirla.
(Rosangela per Leo)