Liberi Inizi: “Presidenti – Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma” di Adam Smulevich

Il terzo appuntamento della nostra rubrica Liberi Inizi cade esattamente nella Giornata della Memoria.

Ci sono testi che raccontano gli orrori legati alla Shoah, e che negli anni sono diventati celeberrimi, legandosi indissolubilmente a questo giorno.

Noi di Liberementi, invece, vogliamo fare memoria proponendovi l’incipit di Presidenti – Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma – di Adam Smulevich, edito da Giuntina, un libro che affronta da un punto di vista differente, ovvero quello sportivo, quanto accaduto in quei terribili anni.

 

L’effetto delle Leggi Razziali sul mondo del calcio fu a dir poco devastante. Si tratta di un capitolo poco approfondito e invece ricco di spunti per comprendere la portata di quell’infamia a un livello più ampio. In vita o in memoria, alcuni tra i principali protagonisti di quegli anni furono privati dei loro incarichi e messi in un angolo. Ebrei orgogliosiù di esserlo, ebrei sull’orlo dell’assimilazione, ebrei d’origine ma ormai cattolici da tempo. Non fu fatta distinzione, tutti finirono nel tritacarne (mediatico e non solo).

In vista dell’ottantesimo anniversario delle Leggi della vergogna, annunciate da Mussolini in
piazza Unità d’Italia a Trieste il 18 settembre del 1938, questo libro si propone di gettare nuova luce su tre figure particolarmente significative: Raffaele Jaffe, Giorgio Ascarelli, Renato Sacerdoti. I loro destini seguono traiettorie diverse, eppure possono essere compresi in una comune narrazione.

L’estroso insegnante Jaffe, artefice del primo e unico scudetto del Casale. Il lungimirante imprenditore Ascarelli, che regalò a Napoli una squadra all’altezza delle sue ambizioni. Il facoltoso banchiere Sacerdoti, che gettò le basi del primo scudetto della Roma. Tre ebrei italiani, nel cuore di milioni di tifosi, travolti dalla propaganda e dalla valanga di odio del regime.

Oggi quasi nessuno li ricorda.

Eppure è convinzione di chi scrive che attraverso queste vicende si possa guardare a quella stagione in modo più consapevole. Le lettere inviate dal fascista Sacerdoti a Mussolini durante il confino subito dall’ex presidente giallorosso, a lungo un fedelissimo del Duce, costituiscono una testimonianza inedita su cui vale la pena riflettere. Anche perché il caso giudiziario che portò alla sua condanna, in quell’autunno del 1938, fu uno dei bersagli preferiti dei dardi carichi di veleno scagliati da Villa Torlonia e dintorni. Una vicenda centrale a tutti i livelli: nelle aule dei tribunali, ma anche sulle colonne dei giornali.

Vanno riprese in mano, quelle pagine, perché aiutano a capire fin dove si spinse la propaganda, anche ritorcendosi contro un uomo che fu acceso sostenitore del regime sin dalla Marcia su Roma e che con lo stesso, poche ore prima dell’arresto, stava collaborando a una missione strategica in Grecia.

Il veleno fu iniettato anche postumo. Ascarelli era già mancato da otto anni quando le Leggi portarono alla cancellazione del suo nome dallo stadio di Napoli. Non un luogo come tanti altri. Quattro anni prima, la Germania giocò in quell’impianto la finale per il terzo posto al Mondiale italiano. Ed ecco un’altra sorpresa, stavolta consolante. L’undici di Hitler disputò l’incontro più importante della sua storia in uno stadio consacrato alla memoria di un ebreo (tra l’altro socialista). Una vendetta, sfuggita in questi termini agli addetti ai lavori, che strappa oggi un sorriso amaro.

Quando le Leggi furono ufficializzate, Ascarelli era già morto, mentre Sacerdoti e Jaffe si professavano con forza cristiani. Si erano convertiti entrambi nel 1937, molti mesi prima che i divieti antiebraici entrassero in vigore. Eppure subirono conseguenze gravissime per via della loro origine. Jaffe dovette lasciare la carica di preside dell’istituto che dirigeva a Casale, un’autentica gloria cittadina; Sacerdoti finì addirittura in carcere e fu poi allontanato da Roma per cinque lunghissimi anni. Dopo l’8 settembre, i nazisti cercarono di ammazzare tutti e due.

Con Jaffe, che fu ucciso al suo arrivo ad Auschwitz, ci riuscirono. Con Sacerdoti, che si nascose in un convento, i loro propositi fallirono. Questo per dire che quella pagina, l’orrenda pagina del pregiudizio e della violenza fascista, riguarda un po’ tutti. E che rileggerla attraverso lo sport, linguaggio universale per eccellenza, può forse aiutare a fare chiarezza. E al tempo stesso contribuire ad aprire nuove strade, a rafforzare la sfida di una Memoria realmente viva nel cuore delle vecchie come delle nuove generazioni.

Sarebbe inoltre significativo se, anche grazie a questo libretto, il mondo del calcio potesse avviare una riflessione e rendere un doveroso omaggio a questi tre personaggi che molto hanno fatto, con intuizioni formidabili, perché la grande avventura del pallone potesse decollare anche in Italia.