Liberi Inizi: “Le piste dell’attentato” di Loriano Macchiavelli

Ci sono tanti modi per iniziare bene una settimana: una corsa al parco, un caffè con gli amici, e perchè no, anche iniziare la lettura di un libro che magari non conoscevamo.

Ecco perchè noi di Liberementi abbiamo deciso di dar vita a Liberi Inizi, la nuova rubrica che ogni lunedì vi proporrà l’incipit di un libro, che magari non era tra quelli nella lista da leggere, per provare ad iniziare positivamente una nuova settimana.

Per la prima puntata di Liberi Inizi siamo tornati indietro nel tempo di quasi quarantasei anni, ad uno dei libri che si pongono come fondamenta del genere giallo in Italia, scritto da uno dei massimi esponenti del noir nazionale: parliamo de Le piste dell’attentato, di Loriano Macchiavelli, edito da Einaudi, del quale ci eravamo gà occupati (sotto un altro aspetto) qualche mese fa.

Le piste dell’attentato è la prima indagine che vede come protagonista Sarti Antonio, sergente, il personaggio più famoso di Loriano Macchiavelli, e che è ambientata a Bologna agli inizi degli anni ’70: in un clima di grande tensione politica, una sera d’estate, una stazione dell’esercito, situata sui colli che circondano la città, salta in aria. La polizia imbocca, una dietro l’altra, la pista degli anarchici, quella dei magnaccia, quella del terrorista folle, quella degli spacciatori di stupefacenti. Ma l’indagine inciampa in, uno dietro l’altro, vari cadaveri.

Ecco l’inizio del libro.

Vi racconto un fatto: ve lo racconto come se io fossi stato là quando è successo. E potete stare sicuri che è un fatto vero, sacrosanto. Come se lo aveste letto sui giornali. Non che sui giornali ci sia sempre la verità, ma basta che uno dica: «c’era sul giornale» e tutti annuiscono e rispondono: «beh, allora!»

La stazione radio dell’esercito sta sulle colline che fanno corona a Bologna: attorno i campi bagnati dal sudore dei contadini e i boschi coperti di preservativi usati. Il posto ideale per farci una villa: la mia, se avessi i soldi. Per adesso, c’è il centro radio dell’esercito ed è la sera del 26 luglio. Una sera come le altre; voglio dire che è caldo come se fosse estate. Dalla finestra aperta, entra un po’ di aria fresca. Entrano anche le zanzare, nasano l’aria pesa della stanza e se ne tornano fuori, disgustate. Le comunicazioni, senza un senso (come tutto nell’esercito), continuano ad arrivare e vengono regolarmente registrate su nastro. Quattro militari semplici (a, b, c, d), truppa anonima; sbadigliano, premono tasti e ascoltano in cuffia. Un graduato (A maiuscola) sbadiglia anche lui ma non preme niente. Se devo dirvi che tipo di graduato è, ci rinuncio perché non ho mai capito cosa vogliano dire i fili, le stelle e i segni sul cappello.

Fuori dalla stazione c’è la sentinella regolamentare: completa di mitra ed elmetto. Passeggia attorno al fabbricato con gli occhi fissi a terra e nel buio dei campi. Proprio sotto una finestra vede qualcosa di losco. Si ferma, arma il mitra e si avvicina con circospezione. Raccoglie qualcosa, si guarda ancora attorno e entra nella stazione.

Il graduato gli parla, senza alzare gli occhi dal solitario.

– Tutto in ordine fuori?

– No signore. Ho trovato questo.

Il graduato alza gli occhi, come gli altri soldati impegnati alle apparecchiature. Chiede:

– Cos’è?

– Direi… Direi un preservativo usato, signore.

– Vuoi prendermi per il culo, sentinella?

– No signore. Eseguo gli ordini: tenere gli occhi aperti e segnalare al capo posto ogni cosa sospetta…

– E un preservativo usato è una cosa sospetta?

– Apparentemente no signore. Ma il fatto che sia arrivato fin qui… – Il graduato non ha voglia di scherzare. Urla:

– Butta fuori quella porcheria!

– Sissignore –. Torna a fare la sentinella.

– Ariete a cicogna… ariete a cicogna… – Via con un tasto.

– … quattro sud-ovest. Ripeto…

– Quante seghe! – Il graduato A maiuscola finisce lo sbadiglio in corso e chiede:

– Cos’hai detto?

– Quanta sete!

– Sai dov’è l’acqua –. Riprende con il solitario. Il soldato va alla finestra, proprio quella che dà sulla città, dalla parte dove io, nella mia villa, farei una bella parete in cemento, tanto per non vedere né le case della città, di giorno, né le luci delle strade, di notte. Va alla finestra, respira l’aria fresca e dice:

– Adesso c’è chi si diverte. Io sto qui a rompermi le…

Il graduato A maiuscola butta le carte sul tavolo e lo raggiunge:

– A te non va mai bene niente…

– Non mi va bene perché ci sarebbero duecentoventi cose piú divertenti da fare… Ma star qui ad ascoltare quegli stronzi…

– Chi dice che siano stronzi?

– Basta ascoltare per un minuto…

– Siete in ascolto? Siete in ascolto? Comunicateci le coordinate per l’operazione Dito Due. Restiamo in ascolto…

– Pronto! Pronto! Non vi riceviamo: cambiate lunghezza d’onda…

– Qui comando Brigata: comunicazione per Alce selvaggio: Ventotto gamma piú sedici rimanda vergine a cuccia…

– Aprite bene le orecchie: se alla prossima ispezione trovo ancora dei militari con i capelli lunghi, vi faccio passare la voglia di fare gli ufficiali…

– E tu dici che non sono stronzi?

– Qui radio delle brigate rivoluzionarie! Appello ai militari: soldati, gettate gli ufficiali nelle celle. Nessuno ha il diritto di comandarvi se non il popolo al quale appartenete! I vostri ufficiali sono l’espressione del capitalismo! Chi vi comanda è al servizio dei padroni e fa di voi il sostegno della società neo-imperialista. Qui radio delle brigate rivoluzionarie…

– A te a tuo nonno! – Ma il graduato A maiuscola non la pensa allo stesso modo: preme un bottone e alza al massimo il volume d’ascolto. Urla:

– Sta’ zitto e registra!

– Ehi capo! Dobbiamo stare ad ascoltare ancora per molto?

– Sta’ zitto!

– Va bene, io esco a pisciare –. Se ne va.

Volta le spalle alla stazione e guarda le luci della città, proprio davanti a lui, in basso; si slaccia i pantaloni. Ma il primo scoppio lo butta a terra, faccia in giù. Sente volare sulla testa le macerie della stazione radio. Dentro, il graduato A maiuscola viene gettato contro l’unica parete rimasta in piedi dopo il secondo scoppio. Vi resta attaccato come una mosca schiacciata contro il soffitto. L’ultima cosa che vede il militare «b» nell’istante nel quale gli si apre il cranio come un cocomero maturo… Gli altri… Non vede più niente.

Fuori il militare «a» è semisepolto dai calcinacci e cerca di alzarsi. Gli sterpi hanno un poco attutito la caduta, ma sente ugualmente molto dolore alla schiena. Non riesce neppure a urlare. Parla solamente:

– Fanno sul serio! Fanno sul serio! Sono diventati matti? Dove siete?

Li chiama, ma non sente neppure la propria voce. Si arrampica come può sulle macerie e vede il graduato A maiuscola spiaccicato contro la parete. Gli altri… sparsi un po’ dappertutto. Diventa matto e scappa nei campi. Adesso urla sul serio: sente la propria voce che chiama i compagni. Al posto della stazione radio è rimasto un ammasso di macerie fumanti. La stazione radio dell’esercito non c’è più. Chissà, forse potrò costruire la mia villa, un giorno. Se avrò i soldi.