Quel giorno che… bah!

di Liberepenne

Avete mai visto il film Emoji? Benissimo: noi Liberepenne in questo momento abbiamo la faccia di Bah. Non potremmo averne una diversa.
Una Introduzione impeccabile. Una scrittura pulita, dalla costruzione semplice, eppure profonda. Valentina Farinaccio inizia Quel giorno (UTET, 2019) con il racconto toccante del suo Cammino verso Santiago di Compostela. Inizia condividendo con noi l’urgenza che ha sentito, quel giorno, quando ha deciso di partire, alla volta dei Pirenei, per scavalcarli, abbandonando il suo divano di pelle bianca con il quale era ormai un tutt’uno. Condivide con noi il suo cammino, le sue vesciche ai piedi, le bolle da cimici da letto, i suoi incontri. Mentre sfogliamo le pagine accade ciò che solitamente in una lettura collettiva accade raramente: siamo tutti d’accordo. Pensiamo “Che brava, questa ragazza. Non dice banalità alla Fabio Volo. Non dice ovvietà. Dice cose semplici e tremendamente vere con cui chiunque può identificarsi”.
Noi lettori siamo lì, attaccati alle pagine. Ci identifichiamo in quelle pillole di profondità, in quei pensieri, in quelle frasi. Siamo colpiti. Sa scrivere, Valentina Farinaccio, lo sa fare, e non è da tutti. Scrivere è sentire. E sentire è un dono.
Poi però l’Introduzione finisce.
E, come dire, siamo ancora lì che cerchiamo di dare un senso a tutto quello che abbiamo letto dopo.
L’idea del signor Mattia de Bernardis, che quel giorno a Torino ha suggerito quello che la Farinaccio qui ha sviluppato, può essere pure buona e, dalle parole della scheda che leggiamo sul sito web della casa editrice, un senso ce lo ha pure. Quello che non hanno senso sono i racconti, completamente slegati, o meglio, uniti da un’unica liaison, quella dell’attimo che ha cambiato la storia di persone perfettamente ordinarie. E non hanno senso perché alla fine della loro lettura ti lasciano con la sensazione di non aver letto altro che piccole curiosità su personaggi più o meno noti che hanno fatto, o fanno, la nostra Storia. Ti lasciano, appunto, con la faccia di Bah del film Emoji.
Forse una struttura narrativa più vicina a quella di un romanzo e più articolata rispetto a quella delle semplici “polaroid” su un album avrebbe aiutato anche la lingua, che diventa altro da quella che l’Autrice aveva impiegato nell’Introduzione, perché sembra arrancare un po’ quando descrive e racconta episodi carini ed emotivamente pregni, ma buttati lì.
Un libretto, quindi, una raccolta episodica di avvenimenti realmente accaduti, accompagnati da una lingua che ogni tanto perde la sua cifra, che ha come mission quella di raccontarci come le cose cambino dall’oggi al domani e come quel cambiamento, quel giorno, possa a volte fare la differenza.

[foto: campobassoweb.com]

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