La casa delle voci, istruzioni per fare paura senza risultare banali. Ecco la recensione delle nostre Liberepenne

Donato Carrisi non è solo il maestro italiano del thriller. Non è solo colui che ha cambiato le regole fissate dai grandi maestri internazionali del genere. Tutto ciò ci appare davvero riduttivo.
Non è il primo libro che leggiamo, scritto da quest’autore, seppur la nostra possa essere considerata una sorta di lettura “randomica” della sua opera omnia. E proprio per questo ci arroghiamo il diritto di dirvi che Carrisi è come il buon vino: invecchiando, migliora. Sebbene a precedere La casa delle voci (Longanesi, 2019) sia stato Il gioco del suggeritore (Longanesi 2018) che seppur originale nell’idea appariva indubbiamente un po’ tirato nello svolgimento della trama.
Ma qui no. Qui, davvero, no.

La sua scrittura è sempre filmica. Non è un mistero che Carrisi sia uno sceneggiatore prima di essere uno scrittore (La ragazza nella nebbia, suo grande successo editoriale da cui è stato tratto il film grazie al quale si è aggiudicato un David di Donatello, è nato in primo luogo come sceneggiatura), e la tecnica con cui distribuisce indizi al lettore è a dir poco infallibile. Quello che però ci fa dire che La casa delle voci sia unico e raro nel suo genere è che sia del tutto privo di omicidi. Avete capito bene: Carrisi fa paura, pur non raccontando di misteriosi omicidi o di serial killer a piede libero. E questo è l’unico spoiler che ci concediamo.

Come spesso capita nei suoi libri, l’autore parte da episodi di cronaca realmente accaduti. Se ne L’uomo del labirinto – di cui quest’anno è uscito nelle sale il film – il lettore poteva facilmente ricordarsi della storia di una ragazzina riuscita a fuggire al suo sequestratore dopo anni, ne La casa delle voci parte da qualcosa di cui si sente parlare ancora troppo poco: il trauma dei bambini adottivi, specialmente quelli provenienti dall’Est, combattuti tra un vissuto di abusi e soprusi di cui non hanno memoria, e la voglia e l’opportunità che hanno di costruirsi una nuova vita felice nella famiglia che li accoglie.
Tre sono i plot paralleli che, come spesso capita nei suoi libri, e solo nei suoi, in un punto indefinito riescono ad incontrarsi come per magia.
Ma la sua non è magia. La sua è maestria. È tecnica sapiente. È voglia di far perdere il lettore in un mondo reale, possibile e di cui il lettore, spesso, ignora l’esistenza.
Un thriller psicologico, dunque, con uno psicologo infantile – Pietro Gerber – e una paziente – Hanna Hall – che nel nome ricorda la celebre paziente di Josef Breuer, che precedette Freud nell’utilizzo dell’ipnosi nei pazienti affetti da isteria, Anna O., un thriller che non riuscirete a smettere di leggere, perché avrete sete di conoscenza, avrete urgenza di capire, di sapere, di indagare.
Carrisi narra la paura, fa paura, senza ricorrere a espedienti scontati e banali, e solo per questo merita tutto il nostro plauso.
Bravo. E grazie per questo libro.

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