I Leoni di Sicilia – La saga dei Florio. Tra draghi dormienti e avi di Brooke Logan… ecco la recensione delle nostre Liberepenne.

S’è fatto un gran parlare del libro di Stefania Auci, I leoni di Sicilia. La saga dei Florio – I edito dalla casa editrice Nord, un romanzo che ha innescato un passaparola tale da renderlo forse il libro più letto dell’estate 2019. Indubbiamente quello che abbiamo visto più spesso sotto l’ombrellone assieme allo scontato M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, vincitore del Premio Strega 2019.

La copertina risulta respingente, al punto da farcene procrastinare la lettura. La mole del testo – ben 443 pagine – contribuisce a renderlo un libro “impegnativo”. Tuttavia, siamo curiosi…
La storia dei Florio ti entra dentro. È qualcosa da cui il lettore si sente attirato, di cui sente il bisogno di sapere.

Ma.

La prima cosa che non ci piace è la costante traduzione dal siciliano, consecutiva rispetto alla frase cui fa riferimento. Non fa che spezzare la magia narrativa e il tempo del racconto a causa dell’intromissione del narratore onnisciente – siciliano appunto – che si frappone prepotentemente tra il lettore e i personaggi ricordandogli quindi che c’è qualcuno che racconta. Magari sarebbero state utili delle note a pie’ pagina?

Non ci convincono alcuni intercalari, poco consoni ad un linguaggio ottocentesco. Stona un po’ il detto “aperti da Natale a Santo Stefano” a p. 42, così come il termine “cineserie” di p. 109. Finché poi la lingua non tira la manica a George Martin con la blasonata “I Florio pagano sempre i loro debiti” di p. 127, citazione sicuramente voluta di Game of Thrones, ma non si sveglia drago che dorme…

Ci perplimono alcune imprecisioni. Salti temporali, zii-padri che diventano padri a tutti gli effetti sin dalla nascita del nipote-figlio (quando in realtà lo sono diventati successivamente) e bambini quattrenni dotati di olfatto e proprietà cognitive bioniche tali da far loro enunciare con una proprietà di linguaggio invidiabile che quello che avvertono nell’aria è profumo di garofano o di cortice.

Tirando le somme, la saga dei Florio ha un enorme potenziale e capiamo bene cosa ha innescato il passaparola, perché noi stessi ci siamo ritrovati a notte fonda a sfogliarlo, desiderosi di saperne di più di Vincenzo, Giulia, Giuseppina, Ignazio e l’aromateria. La storia è bella. È come è narrata a lasciarci un po’ dubbiosi.
La scrittura è troppo basica, a tratti farraginosa, ci sono troppi interlinea a marcare linee di confine temporali o di contenuto (Auci: non puoi lasciarci Vincenzo al porto, dare un’interlinea, e la frase dopo Vincenzo è di nuovo in Inghilterra…) e alcune cose non tornano (Auci: non puoi narrarci di Canzoneri per centinaia di pagine senza che la vecchiaia gli faccia visita tranne che con un misero colpo apoplettico, a meno che non sia un avo di Brooke Logan).

Facciamo così: giacché la storia ci è piaciuta, ti concediamo il beneficio del dubbio, sperando che nei volumi seguenti tu possa sistemare queste cosine che disturbano un po’ e che impediscono ai tuoi Leoni di ruggire come dovrebbero.
Provaci ancora… magari eliminando qualche pagina di troppo.

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