Volevo essere una vedova, piace ma non convince. Alla fine è un grande “Ok, ma quindi?”

di Liberepenne

Non avevamo mai letto Chiara Moscardelli.
Cosa ci ha spinto a iniziare adesso? La copertina. Quella piuma nera della freccia infilzata nel cuore rosa shocking è stato un vero e proprio colpo di fulmine.
La prima sensazione che avvertiamo appena cominciamo la lettura di Volevo essere una vedova, uscito per Einaudi nel giugno 2019, è quella di avere tra le mani un primissimo Federica Bosco, quella di Mi piaci da morire (Newton Compton 2005) o di Cercasi amore disperatamente (Newton Compton 2006), quando la penna e la voce della Bosco erano cosa nuova, non scontata e lei era una sorta di Fabio Volo al femminile. La lettrice si identificava appieno in quelle storie. Qui succede proprio questo: la lettrice, anche se sposata e con prole, non può non identificarsi. Dalla ceretta total-nude al make up da clown delle profumerie ogni donna ha vissuto, almeno una volta, ciò che ci racconta la Moscardelli.

Ciò che lei fa, però, lo ha fatto qualcun altro prima di lei quindici anni fa. Per questo non riusciamo a riconoscere una “novità” nella scrittura della Moscardelli: il suo è indubbiamente un libro ben scritto, ben strutturato, divertente in alcuni punti – non stupitevi se sbufferete a ridere durante la lettura, alcuni passi sono davvero esilaranti – ma che alla fine ti lascia con un enorme “E quindi?”.

La storia è semplice. È quella di una quarantaseienne che si affaccia alla menopausa, alle prese con il superamento di modelli, miti e retaggi anni ’80 che l’hanno convinta del fatto che sistemarsi e accasarsi siano il vero senso della vita di ogni donna. Non è, infatti, la storia in sé la vera cifra, quanto il modo in cui è sviluppata: la Moscardelli sa il fatto suo e che faccia l’editor e abbia fatto l’ufficio stampa per anni sono, indubbiamente, ottimi alleati. Ogni pagina trasuda il suo sapere, la sua bravura. Chiara Moscardelli è brava, è ilare, è vera.

Il lettore, però, con un ritmo narrativo serrato e omologato a quello discorsivo, fatica un po’ a memorizzare i vari Filippo, Matelda, Chiara, Elisa, Letizia e vattelappesca e alcune scene – come quella del portiere leghista che la caccia via dallo stabile in cui vive o quella dell’incontro al supermercato, quando la tipa del terzo piano le ventila la possibilità di farla diventare una escort – risultano troppo inverosimili perché troppo estremizzate.

Diverte, sì. Ma quando esagera stroppia: dopo un po’ si rischia di averne abbastanza delle sfighe alla Bridget Jones, per quanto esilaranti, e si sente l’esigenza di un po’ di profondità che qui, in realtà, c’è ma si avverte poco.

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