Morire al Cairo: i misteri dell’uccisione di Giulio Regeni, di Antonella Beccaria e Gigi Marcucci

Rosso, bianco e nero: questi tre colori sono, in quest’ordine preciso, quelli che compongono la bandiera egiziana. C’è un muro che percorre una strada del Il Cairo su cui El Teneen, uno dei writer più famosi d’Egitto, ha disegnato la faccia di un ragazzo sorridente, e lo ha fatto usando proprio questi tre colori. Il rosso, il bianco e il nero. Sopra questo volto c’è una frase: Giulio era uno di noi, è morto come uno di noi.
Quel Giulio è Giulio Regeni.

È il 25 gennaio del 2016, Giulio esce dalla sua abitazione nel quartiere Doqqi per recarsi al compleanno di un suo amico, un intellettuale di sinistra esperto di sindacati, con cui intrattiene anche dei rapporti di lavoro: è cosa ormai risaputa che Regeni stesse lavorando e studiando al Il Cairo la situazione dei sindacati egiziani.

Alle 17:30 manda un sms, quello che sarà il suo ultimo sms, a un amico per avere informazioni più dettagliate sulla festa. Di lì Giulio scomparirà, e per nove giorni nessuno saprà più nulla di lui. Il 3 febbraio sarà ritrovato, morto, abbandonato sul ciglio di un cavalcavia.

Antonella Beccaria è una giornalista e scrittrice con alle spalle una serie di pubblicazioni su stragi, terrorismo e malaffare politico, mentre Gigi Marcucci ha scritto, nel corso di trentadue anni al quotidiano l’Unità, di stragi, della banda della “Uno bianca” e dell’assassinio di Marco Biagi. Sono loro i due autori del libro Morire al Cairo: i misteri dell’uccisione di Giulio Regeni, edito da Castelvecchi. I due hanno già lavorato insieme e anche in questa occasione cercano di lavorare in maniera sinergica verso la ricerca, se non della verità, quantomeno di un po’ di chiarezza. Chiarezza che è d’obbligo davanti alla vita spezzata di un giovane ricercatore italiano ucciso barbaramente.

Il libro è costruito in maniera abbastanza semplice per chi ha già letto qualcosa sul caso, e risulta fruibile anche non leggendolo obbligatoriamente in ordine cronologico: soltanto la lettura dei titoli degli otto capitoli che lo compongono, infatti, fornisce in un certo senso già una panoramica generale. Si inizia col primo capitolo: “L’italiano scomparso”, che rappresenta una sorta di prologo, per poi passare a “Le prime ricostruzioni”, mentre il terzo capitolo si intitola “Il linguaggio dei segni”, dove i segni sono quelli sul corpo di Giulio, causati dalle torture. Si arriva poi ad osservare la realtà egiziana sempre più dall’alto, per notare come la primavera araba sia stata di fatto un fallimento, e che quello di Giulio non è stato di certo un caso isolato.

Giulio era un ricercatore che si potrebbe dire, oggi, appartenente alla “meglio gioventù” europea. Un ragazzo, che come tanti grazie all’aiuto di organizzazioni non governative, viene inserito in un programma di ricerca all’estero. Giulio stava conducendo un’indagine sui sindacati egiziani, che rappresentano una vera e propria spina nel fianco nel regime di Al-Sisi: era quello l’argomento del suo dottorato di ricerca, ed è stato quello il motivo che lo ha portato a Cambridge prima, e in Egitto poi. L’amore per la ricerca, per la società, per lo studio del mondo del lavoro: Giulio nella sua ricerca forse ha sfiorato dei nervi scoperti che qualcuno ha vissuto come un affronto? Un torto al padrone di casa che in quel momento lo stava ospitando? O forse chi ha ucciso Regeni vedeva in lui una preziosa fonte di nomi e contatti di informatori che lo stavano aiutando ad approfondire il suo studio?

Di seguito la testimonianza della mamma di Giulio che racconta, in una conferenza stampa, il momento in cui le hanno restituito il corpo esanime di suo figlio, ed è forse il momento più toccante di tutto il libro:

Forse è dal nazifascismo che non ci troviamo in una situazione di tortura come è successo a Giulio. Giulio però non andava in guerra. Io stimo moltissimo i partigiani che sono stati uccisi sotto tortura, ma loro, ahimè erano in guerra. Giulio era un ragazzo contemporaneo e invece è morto sotto tortura. Quel viso era così bello, aperto, solare e l’unica cosa che ho ritrovato di quel viso è stata la punta del naso. Mai più avrei pensato di riconoscere così bene la punta del naso di mio figlio. Però, per il resto, credetemi non era più il nostro Giulio.

Questa inchiesta di certo non restituirà Giulio alla sua famiglia, però se riuscirà a mettere ordine nella testa del lettore ,sarà di sicuro un primo, grande passo verso la verità. Un passo per far sì che un giorno chi dovesse trovarsi a passare lungo una strada del Il Cairo abbia ben chiaro nella mente chi è quel ragazzo sorridente e pieno di vita disegnato così bene su quel muro. Giulio Regeni, uno studioso, un ragazzo.

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