Per aver trovato dentro tragedie umane e sportive quella forza di rinascita che soltanto lo sport e le storie possono avere.
Con questa motivazione lo scorso settembre abbiamo avuto il piacere di assegnare la menzione speciale del Premio Invictus (la Extra Invictus )a Granata rosso e verde. Torino, Manchester United e Chapecoense, il filo del destino del giornalista e regista Paolo Quaregna. Nei giorni scorso lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda.
Paolo, di cosa parla il tuo libro?
Il libro parla di tre società di calcio e tre tifoserie che hanno in comune l’essere passati attraverso un’immane tragedia: la scomparsa totale o quasi della squadra in un incidente aereo. Non è un libro storico, tanto meno di storia o critica “calcistica”… per contro ha l’ambizione di rivolgersi anche ai totali “agnostici” nel tifo calcistico. E’ un memoir, scritto in prima persona: racconto come ho vissuto queste vicende, perché mi hanno tanto colpito e dove mi ha portato la riflessione su queste vicende, che sono state feconde di lezioni su cosa significa cadere e rialzarsi… esperienza essenziale di tutti coloro che fanno sport.
In un capitolo centrale ci sono varie citazioni di come tanti pensatori hanno definito lo sport in particolare il calcio, si va da Pasolini a Camus, da Ratzinger a Mandela, ma posso dire che una sintetica descrizione dell’intento del libro è una citazione, recente, di Papa Francesco che dice “Nello sport chi vince non sa quello che si perde”.
Se ancora si potesse usare questa parola, direi anche che il libro parla di resilienza: la resilienza dei tifosi di queste tre squadre che (bene o male) hanno imparato a rialzarsi dopo la caduta. In quest’ottica tre pagine sono dedicate a un calciatore e allenatore che ha vestito il granata ed è un vero campione di resilienza: Davide Nicola.
Come nasce l’idea?
L’idea è nata concretamente all’indomani dell’incidente che ha coinvolto la Chapecoense. Bisogna dire però che, in quanto tifoso del Toro da tutta la vita, già pensavo che arrivato alla maturità avrei dovuto dedicare una profonda riflessione su certi temi, ovverosia scrivere un libro che avrebbe avuto come titolo “Granatitudine” (che tra l’altro nel frattempo ho scoperto essere un copyright di un altro grande cuore granata: Mattia Feltri).
Mentre già da anni prendevo appunti per questa operazione c’è stata la tragedia brasiliana che mi ha, ancor più, imposto di riflettere su quelle vicende a cui volevo dedicare il libro.
Poi, certe coincidenze hanno voluto che proprio nei giorni e nelle settimane successive alla triste vicenda della Chape, subii il furto di una mia giacca (granata) con documenti di identità e mi raggiunse la notizia che un mio caro amico aveva deciso di lasciare questo mondo. Quindi la riflessione non è soltanto una riflessione sulle vicende che hanno a che fare con lo sport ma è più generale: sul saper fare i conti con la perdita, la separazione… esercizio che prima o poi si impone nelle nostre vite.
Ho colto l’occasione di fare un omaggio a tre nobili squadre di tre paesi maestri di calcio, nonché a quel fenomeno “di fede” che è la comunità dei tifosi. I tifosi di una squadra di calcio siano un’entità immortale, che cambia i suoi protagonisti nel corso del tempo (proprio come le cellule del corpo umano), ma vive, per sempre.
Pensi che possa esistere un filo che collega la storia di queste tre tifoserie?
Evidentemente sì: il filo è il destino tragico che istintivamente, affratella, le tre “comunità”. Ma al di là di questo, nel corso della mia ricerca, non ho fatto altro che trovare elementi a conforto di questo senso di fratellanza.
Elementi uniti da coincidenze? Certo ma tali anche da creare un intreccio interpretativo, a questa specie di disegno del destino. Operazione consolatoria? Forse. Ma chi se ne frega! Ho sempre avuto orrore del cinismo e se, per farmi una ragione di incassare amari colpi del destino, avrò pure il diritto di trovare parole che siano balsamo sulle mie, e forse sulle altrui, ferite.
Cosa altro ho scoperto? La “coincidenza” che tutte e tre le squadre stavano vivendo un momento di estremo successo sportivo. La sorpresa data soprattutto dalla Chapecoense, che nessuno conosceva al mondo: squadra che 6 anni prima militava in serie D brasiliana ed era arrivata alla finale di una coppa continentale.
Poi, i tre incidenti sono avvenuti per tre trasferte internazionali. Sono squadre che andavano a confrontarsi con compagini sportive di altri paesi.
Del Toro sappiamo: addirittura una trasferta a fine campionato messa in forse fino all’ultimo dal presidente e fatta per un’operazione di beneficenza. Nel libro ci sono testimonianze di amici e tifosi del Benfica che saranno riconoscenti in eterno per quello che ha fatto il Toro.
Il Manchester Utd., appena superata la Stella Rossa di Belgrado aveva conquistato la semifinale di quella coppa dei campioni, tanto discussa in patria… Era la prima squadra inglese che aveva citato di misurarsi con gli altri campioni europei: l’anno prima il Chelsea si era defilato perché gli inglesi, da maestri fondatori del calcio, avevano sempre disdegnato questi confronti con squadre di altri paesi. Il bravo manager Matt Busby, cattolico “ecumenico”, aveva cambiato rotta al calcio inglese.
La Chape era salita su quell’aereo come si sale su una nuvoletta di gioia, dopo aver conquistato sia pure rocambolescamente attraverso due pareggi, contro squadre argentine ben più titolate (Independiente e San Lorenzo), la finale di coppa continentale, omologa dell’Europa League.
In più c’è un ulteriore elemento: sono squadre che nelle loro città, hanno ruolo culturalmente inclusivo e attento alle minoranze. Cosa che… di altre squadre proprio non si può dire!
Chapecó è città di 200.000 abitanti, di una zona periferica del sud brasiliano. La fondazione della società calcistica si è data le sue radici culturali, includendo le varie anime che hanno dato vita alla città: gli Indios Kaingang, che erano lì prima che la città nascesse, poi gli immigrati, molti dall’Italia e dalla Germania. Lo stadio si chiama Arena Condà, omaggio a un leader che si è battuto per difendere i diritti del suo popolo, firmando poi patti di pace con i colonizzatori arrivati dall’Europa. La mascotte è un bambino di sei anni che indossa il costume tradizionale degli Indios.
Se a Manchester c’è una squadra rappresentativa della lower class, è lo United. Il suo quartiere, dove sorge il mitico stadio Old Trafford, è nella zona del porto, che fu zona di grandi immigrazioni dalla vicina Irlanda, più povera e… cattolica.
Del Toro, soprattutto di quel Grande Torino, vincente in una città devastata dalla guerra e riscattatasi nella Resistenza, inutile dire su quali radici è nata: opposte a quelle dell’altra squadra cittadina, indubbiamente forte e vincente, ma che ha sempre ostentato… i suoi quarti di nobiltà.
Sei tifoso Granata, ma non hai vissuto in prima persona il dramma di Superga e nemmeno quello dello United. Come hai reagito alla notizia della tragedia della Chapecoense invece?
Per quanto riguarda il Toro, evidentemente la riflessione sulla tragedia è derivata unicamente dai racconti di chi mi stava vicino. Come dico nel libro, presumo quelli di mio fratello e soprattutto dello zio Guido che mi accompagnava anche a vedere l’ultimo quarto d’ora delle partite, credo già all’età di 5 o 6 anni. Mi parlarono evidentemente di Superga… erano entrambi juventini! Evidentemente mi fecero un racconto che mi colpì. Il tifo mio è nato per la squadra che aveva subito la tragedia. Penso perché sono stato educato all’attenzione verso chi è nel disagio, in una parola all’empatia. Feci una scelta smarcandomi dai “gusti” di coloro che mi avevano introdotto a quella storia.
Circa il Manchester, io avevo 11-12 anni e ho dei ricordi. La cosa mi colpì ovviamente perché mi ricordava Superga. Una differenza, diciamo, è che nel dolore c’era uno spiraglio di luce: alcuni si erano salvati. Mi colpì sapere che si era salvato Greg, per cui avevo simpatia. Agendo da campione aveva salvato alcuni compagni dalle fiamme, se ricordo bene.
Per la Chape è tutta un’altra storia. Accade al tempo della mia “maturità” e avviene in una situazione di dovizia, di informazioni anche visive che arrivano dal web. E’ evidente che il pensiero è andato subito alla tragedia del Toro. Anche qui mi ha colpito il fatto dei superstiti: oltre a due impiegati della compagnia aerea, un giornalista di Chapecó e tre giocatori, che hanno dato poi origine a storie che mi hanno colpito molto. Ruschel, unico a tornare sul campo, ha poi innalzato delle coppe come capitano della Chapecoense nel 2021, e non è poca cosa. L’immagine del suo pianto dirotto nel ricordo dei compagni che non ci sono più, è indimenticabile. Ma la vicenda che più ancora mi ha toccato il cuore è quella di Henzel, il giornalista che è morto 28 mesi dopo l’incidente aereo. Dopo essersi salvato miracolosamente, dopo aver dato tutte le sue energie per ricordare i compagni. È morto all’età di 46 anni, giocando a calcio con gli amici: bella metafora.
È un destino tragico che mi ha fatto ripiombare nel pensiero della reiterazione della “caduta”. Cosa che è toccata anche al Toro, 18 anni dopo Superga, con il tragico incidente in cui è morto Meroni, il suo migliore giocatore.
È come se il destino si manifestasse per dirti: non dimenticare! Un po’ come importi una “cresima”, una confermazione del tuo bagaglio di vita.
Andiamo verso i 75 anni di Superga. Con che sentimento ci arriva il calcio italiano?
Devo dire che per me il concetto di calcio italiano è piuttosto vago, è anche il calcio dei campetti di periferia o degli oratori che non esistono più. Il calcio che piace per esempio a Riccardo Cucchi, che ha scritto un bel libro che ha per titolo, “un altro calcio possibile”, la formula che dà il titolo anche al penultimo capitolo del mio libro.
Quindi dico subito che mi dà dispiacere, ma non faccio una malattia quando la nazionale non arriva al mondiale. Poi non sono un tecnico e non mi interessa intervenire in un dibattito su come rendere più vincente il calcio italiano. Semmai sono molto sensibile a ciò che ha fatto un cuore granata, grande sportivo che ora è deputato della Repubblica: Mauro Berruto, che si è battuto con successo per fare entrare lo sport nell’articolo 33 della costituzione.
Fatta questa premessa ritengo che ricordare il 75° anniversario di Superga sia invece una cosa fondamentale. Anche perché ne ho avuto le prove occupandomi di questo libro, che nasce come una ricerca di respiro internazionale ho avuto mille prove che il ricordo di Superga è un valore per gli sportivi di tutto il mondo, non soltanto per i fan granata.
Non a caso la FIFA, nel 2015, ha deciso di celebrare la “Giornata mondiale del calcio” il 4 maggio di ogni anno, ritenendola cosa utile a promuovere i valori positivi del calcio, come il fair play, la solidarietà, l’inclusione e il rispetto.
Segnalo anche che un altro “cuore granata”, che mi ha fatto il regalo di scrivere la prefazione del libro, il giudice Giancarlo Caselli, ha lanciato la proposta, secondo me perfettamente congrua, di proporre all’Unesco che dichiari il Grande Torino “Patrimonio dell’umanità”.
Per concludere, non posso non intervenire in un dibattito attuale… Anche nel libro prendo posizione contro un movimento che intende il calcio unicamente come spettacolo ai fini del business e lo sta spogliando della sua natura sportiva e del suo valore educativo.
Il calcio non è soltanto spettacolo, è molto di più. Questo movimento ha espresso i suoi progetti nella cosiddetta Superlega, puro spettacolo, di un piccolo gruppo di (ricchissime) squadre di élite che si sfiderebbero in eterno. Non ci sarebbe più spazio per storie sportive bellissime come quella del Leicester, del Union Berlin, dell’Union Saint Gilloise e altre…
Mi è piaciuto ricordare, nel libro, che la Superlega è stata osteggiata, tra gli altri, anche dai tifosi del Manchester United con argomenti che si possono sintetizzare nello slogan: “fans not customers” (siamo tifosi non clienti).
Infine le coincidenze anche lessicali mi affascinano sempre. Allora quando si parla di Superlega, mi viene in mente che è il caso di togliere una sillaba e si legge: Superga.