50 anni dalla strage alle olimpiadi di Monaco. Il ricordo di Sara Simeoni

Oggi, cinquanta anni fa, ai giochi di Monaco del 1972, un gruppo terroristico palestinese penetrò nel villaggio olimpico e sequestrò alcuni atleti israeliani. L’azione terroristica durò molte ore, le trattative serrate e a tratti impacciate non diedero i frutti sperati e quando tutto terminò furono undici le vittime della nazionale israeliana.
Noi di Liberementi, per gentile concessione di Rai Libri vi proponiamo in anteprima un testo di Sara Simeoni che ricorda quelle ore. La Simeoni era alla sua prima olimpiade e in questo racconto, che uscirà nella sua autobiografia dal titolo Una vita in alto (in libreria dal 9 settembre), è facile notare il repentino cambio di stato d’animo che colpì l’atleta e con lei tutto il mondo.

di Sara Simeoni

La città era addobbata con bandiere che riprendevano i colori dell’arcobaleno. Seduta al tavolo di un ristorante, stretta la mano al famoso brasiliano Adhemar Ferreira Da Silva, vincitore nel salto triplo in due Olimpiadi, a Helsinki nel 1952 e a Melbourne nel 1956, mi sono detta che De Coubertin aveva avuto proprio una idea formidabile nell’immaginare un evento sportivo che riunisse i popoli, ogni quattro anni, nel segno dell’amicizia e della pace. Come simbolo di quello spirito conservo ancora il cappello di paglia intrecciata che mi aveva regalato uno sconosciuto ragazzo del Lesotho e che avevo indossato rientrando un po’ brilla alle 2 di notte nella mia cameretta al villaggio olimpico. Già, ma dov’era il Lesotho? Chi l’aveva mai sentito nominare, il Lesotho. Così, prima di addormentarmi felice, lo andai a cercare sulla carta geografica. Il Lesotho, nel cuore del sud dell’Africa e adesso anche nel mio. Il mattino dopo, quando scesi per fare colazione mi accorsi che l’atmosfera era cambiata di colpo. Sembrava di essere entrati in un altro film, passando dall’allegria di una commedia leggera all’angoscia di un dramma. Ancora inconsapevole, avvertivo qualcosa di strano nell’aria. Intanto era scomparsa la musica piacevolmente soffusa che aveva sempre riempito la sala, sostituita da un silenzio glaciale.
Niente più grida e risate, come nei giorni precedenti. Chi parlava, lo faceva a bassa voce. Soprattutto, erano mutati i volti delle persone sedute ai tavoli. Impietriti. Sgomenti. E venni a sapere quello che era accaduto nella notte, a poca distanza dal luogo dove dormivo placidamente il mio sonno. Verso le 4 del mattino, un commando di otto terroristi appartenenti al gruppo “Settembre Nero”, un movimento affiliato all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, si era avvicinato alla recinzione del villaggio olimpico. In quel momento era spuntato dalla strada un gruppo di atleti (per lungo tempo indicati nei resoconti come di nazionalità statunitense, salvo poi essere identificati diversi anni dopo come canadesi) che avevano anche loro trascorso la notte nei locali di Monaco. Ancora sotto i fumi dell’alcol e credendo di trovarsi di fronte ad altri atleti reduci da qualche bagordo di troppo, aiutarono i terroristi a scavalcare la recinzione con le borse sportive contenenti non indumenti ma armi. Alle 4:30 del 5 settembre 1972, il commando riuscì ad aprire la porta dell’appartamento situato al piano terra e uccise due membri della squadra israeliana che avevano tentato di opporsi all’aggressione, prendendone in ostaggio altri nove. Alle 5:08 due fogli di carta furono gettati dal balcone del primo piano e raccolti da un poliziotto tedesco: si richiedeva la liberazione di 234 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion Andreas Bader e Ulrike Meinhof, detenuti in Germania e la disponibilità di un aereo per partire verso un paese arabo amico, trattenendo ovviamente gli ostaggi. L’ordine avrebbe dovuto essere eseguito entro le 9:00 del mattino. In caso contrario, sarebbe stato ucciso un ostaggio per ogni ora di ritardo e i cadaveri sarebbero stati gettati per strada. Alle 8:15 era in programma ai Giochi olimpici una gara di equitazione che si svolse regolarmente. Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, lo statunitense Avery Brundage (il quale sarebbe rimasto in carica sino al termine dei Giochi), decise che le Olimpiadi non si sarebbero dovute fermare. Tuttavia, per un giorno le gare furono sospese per permettere una cerimonia funebre in memoria degli israeliani uccisi. La Germania scelse di avviare una lunga trattativa con i terroristi che avanzavano sempre nuove minacce e rimandavano di ora in ora l’ultimatum. Nel frattempo, il ventiduenne nuotatore americano Mark Spitz, di religione ebraica, vincitore di sette medaglie d’oro, che aveva esaurito i suoi impegni olimpici, veniva prelevato dal villaggio e scortato fin sotto l’aereo da tre soldati dell’esercito tedesco per essere rimpatriato, nel timore che potesse costituire un obiettivo per i terroristi. Per ragioni di sicurezza, fu deciso di far tornare subito in Italia chi aveva finito di gareggiare, senza attendere la cerimonia di chiusura. Rifacemmo in fretta i bagagli con uno stato d’animo che non avremmo mai immaginato di vivere. Tristezza. Incredulità. Sgomento. Impotenza. La costruzione ideale di De Coubertin, concepita come una manifestazione di pace per la gioventù del pianeta, stava crollando davanti agli occhi di tutti sotto i colpi delle armi. Mi veniva da piangere a bordo dell’Alfa Romeo GT junior 1300 color rosso fuoco di Erminio, che da un mese era diventato il mio allenatore. Lasciata Monaco di Baviera, la striscia d’asfalto dell’autostrada che correva verso l’Italia mi sembrava una dolorosa ferita nel costato del mio entusiasmo.
Una volta a casa, fu il telegiornale a mettermi al corrente dell’epilogo della vicenda, con il massacro dell’aeroporto di Fuerstenfeldbruck: i terroristi, assaliti dai reparti speciali della polizia tedesca, avevano fatto esplodere una bomba sull’autobus che avrebbe dovuto portarli verso la libertà, uccidendo tutti gli ostaggi. Israele piangeva undici vittime, atleti, allenatori e dirigenti. Un poliziotto perse la vita e cinque degli otto sequestratori furono uccisi. Gli altri tre terroristi furono invece catturati, ma il 29 ottobre dello stesso anno liberati dal governo tedesco dopo il dirottamento di un aereo della Lufthansa diretto a Beirut.
Conservo ancora una di quelle bandiere con i colori dell’arcobaleno che avevo visto sventolare nel centro della città e che mi era stata regalata da un tifoso italiano. Mia madre ne aveva fatto una tovaglia ricamando il logo dell’Olimpiade anche sui tovaglioli. Oggi, a tanti anni di distanza da quei tragici fatti, nella sua semplicità di oggetto di uso quotidiano, la osservo con commozione perché, nonostante tutto, credo ancora nei valori rappresentati da quei cinque cerchi, comunque più forti della drammatica triangolazione di violenza, brutalità e sopraffazione.