“Nato a Hiroshima” di Vichi De Marchi: la tragedia vista dagli occhi di un bambino

Quanto accaduto ad Hiroshima il 6 agosto 1945 è senza dubbio uno degli eventi che ha segnato in maniera indelebile quanto stiamo vivendo.
La bomba atomica sganciata sulla città nipponica rappresenta uno spartiacque nella Storia moderna: c’è un prima e c’è un dopo quel giorno.
Parlare di quanto accaduto veramente è indispensabile. Soprattutto parlarne ai più giovani, a chi della Storia rappresenta, oggi, il futuro.

Nato a Hiroshima di Vichi De Marchi, pubblicato da DeA, è sicuramente un libro che sa trattare un tema così importante, con la delicatezza e la lucidità che merita. Per questo, è un libro adatto non solo ai ragazzi, ma a tutti coloro che vogliano avventurarsi in una storia nella Storia.

Riku, un anziano giapponese, decide di venire a Roma per trovare suo figlio Saburo, la nuora Gloria, e i due nipotini Alina e Tommaso. Nonostante la famiglia dovrà tornare a breve in Giappone perché Saburo ha ricevuto un nuovo trasferimento di lavoro, Riku insiste per venire in Italia e trascorrere del tempo con la sua famiglia, nonostante la sua età e le sue condizioni di salute sconsiglino un viaggio tanto lungo e faticoso.
Una volta a Roma Riku si immerge nella storia della Capitale, amorevolmente accompagnato dai nipoti, e dal piccolo Gianni, il miglior amico di Tommaso.
Ma c’è qualcosa che l’anziano cela gelosamente dentro una scatola di legno, portata con sé dal Giappone, che vorrebbe gettare nelle acque del Tevere: cosa vi si nasconde all’interno?

La vicenda attuale lascia spazio al racconto di Riku, che riporta indietro nel tempo di settantacinque anni, all’agosto del 1945: la narrazione, grazie al giusto ritmo e alla scelta lessicale, avvolgono il lettore, conducendolo nel Giappone della metà degli anni ‘40, facendogli vivere da vicino la tremenda esperienza dell’attacco nucleare ad Hiroshima.

Fu in quel momento che sentii un rombo di aereo.
Mi fermai a osservare il cielo, più incuriosito che impaurito.
Non vidi nessun bombardiere, solo una striscia bianca che solcava il cielo. Poi, improvviso, giunse il lampo che mi abbagliò.
Fui scaraventato in aria.
Volavano tegole, schegge di legno, pezzi di vetro.
Quindi vennero il buio, la polvere, le grida concitate di gente attorno a me che chiedeva aiuto. Gridai anch’io, mentre un liquido caldo mi colava sul volto.
Quel 6 agosto 1945, alle ore 8:15

La forza del libro sta nella capacità di Vichi De Marchi di spezzare il piano spazio temporale contemporaneo, creando una rottura che possa trasportare il lettore in un’altra realtà, senza però dover ricorrere ad una discontinuità di stile letterario: anche nelle pagine più dure e dolorose del libro, l’equilibrio linguistico maturato nel primo capitolo rimane intatto, conduce il lettore nel cuore del disastro di Hiroshima, senza dover scadere nella retorica o nel sentimentalismo.

Nato a Hiroshima è senza dubbio una lettura che arricchisce, e che può, e deve, essere affrontata non solo da i destinatari principali dell’opera, i giovani, ma da tutti coloro che vogliono farsi toccare il cuore con un libro.