Porte aperte: un grido di vita nel tempo sospeso. Intervista a Paolo Condò

Porte Aperte nasce durante il primo lockdown quando Paolo Condò decise di raccontare quotidianamente – attraverso dei thread su Twitter – uno stadio arricchendo le informazioni “basic” con dei gustosissimi aneddoti personali frutto di una carriera stupenda. Leggendo Porte aperte si sorride, si riflette e ci si emoziona anche. Porte aperte è quello che gli anglofoni chiamerebbero coffee table book, un libro da tavolinetto basso. Da sfogliare mentre sei seduto a sorseggiare un caffè o mentre devi ingannare un’attesa. Ho avuto il piacere di fare qualche domanda a Paolo Condò, ma prima il mio consiglio spassionato: se amate lo sport raccontato (e scritto) bene dovete avere questo libro. Davvero.

La prima domanda te la voglio fare sulla la rubrica nata per Twitter durante il lockdown. Che ricordo hai di quei giorni?
Quando ci si siamo dovuti richiudere in casa, a ottobre, le condizioni erano diverse da marzo: banalmente per quanto mi riguarda, il fatto che il campionato e la Champions League non siano mai state messe in discussione mi ha consentito di continuare ad andare al lavoro, nei giorni deputati agli studi televisivi, seguendo le procedure di sicurezza di Sky e viaggiando con l’autorizzazione in tasca. Il primo lockdown era stato molto diverso, sia perché era la prima volta che ci trovavamo in quella situazione, sia perché senza partite non c’erano gli studi, e ogni collegamento andava fatto da remoto. È in quella situazione, ricca di tempo sospeso, che ho provato l’esigenza di fare qualcosa, ovviamente connesso alle mie conoscenze. La rubrica sugli stadi, attraverso i thread su Twitter, è stato innanzitutto un grido di vita. Ci sono ancora, e metto qualcosa a disposizione di tutti.

In quel periodo in tanti mettevano a disposizione conoscenze e competenze per condividere dei momenti piacevoli. Penso ad esempio Chiara Alessi, al suo design in pigiama e al crossover che ne è scaturito: un pigiama allo stadio…
Chiara Alessi, una donna meravigliosa, Mauro Berruto, una delle teste più preziose che abbia incrociato, ma anche le descrizioni d’arte di Jacopo Veneziani, o le storie legate alla terra di Tre Scogli. È stato un periodo di forte creatività. E quando ogni mattina mi capitava di ricevere messaggi tipo “i suoi stadi sono la prima cosa che cerco al risveglio”, beh, c’era di che commuoversi. O di ridere, quando mi mandavano il meme di Mazzarri che indica l’orologio perché un mattino ci stavo mettendo troppo.

Prendendo il tuo libro in mano, la prima sensazione che si ha è che è davvero bello. Un’evoluzione del coffee table book come dicono gli americani, ma per noi amanti del calcio. Che hai pensato quando hai visto la prima copia?
Quello che ha io pensato tu, che è un oggetto bellissimo. Davvero un libro da salotto: ma quando l’ospite lo prende in mano per ingannare il tempo, rischi di “perderlo”. Non è facile riporlo, almeno spero. In realtà la cosa bella è che quando ho deciso di farci un libro, lo pensavo esattamente così: e sono andato subito da Luca Ussia, il gran capo di Baldini+Castoldi nonché mio vecchio amico, perché sapevo che mi avrebbe capito al volo. Come infatti è successo. Detto questo, Andrea Puppa – l’architetto/grafico che l’ha messo assieme – è il vero fuoriclasse dell’opera. Ha fatto un lavoro da urlo.

Ti ricordi la prima volta in assoluto allo stadio? Ti va di raccontarla?
Mi piace raccontare la prima volta a San Siro, un Inter-Pisa del 1984. Ero appena arrivato a Milano da Trieste, grazie alla Gazzetta dello Sport che mi aveva assunto. L’età media in redazione era molto elevata, uno dei pochi ragazzi era Vincenzo Martucci – che in questi decenni è stato il grande giornalista del tennis – che mi propose la domenica allo stadio. “Tanto in redazione dobbiamo presentarci alle 18, e in segreteria hanno le tessere gratis per Inter e Milan”. Dovete immaginarmi topo di campagna alle prime esperienze nella grande città: pranzo a un self-service di corso Europa, il Ciao, metropolitana fino a piazzale Lotto, poi lo stadio sullo sfondo. Mi tremavano le ginocchia. Quando uscii dalla rampa di scale, prima visione del prato verdissimo di San Siro, dovetti farmi forza per non piangere. Era un luogo meraviglioso. Era la mia vita, che cominciava.

Parlando solo di stadi mi fai la top tre (motivandola) degli impianti più belli?
Anfield per l’atmosfera irripetibile. Camp Nou per la bellezza delle esperienze sportive che ci ho vissuto e della gente che ci ho incontrato. La Bombonera per le sensazioni letterarie che implica. Sì, letterarie prima ancora che calcistiche: ma devi essere un appassionato di scrittori argentini. Io provo una specie di venerazione per Ernesto Sabato.

Adesso la stessa classifica però basandoti sulle tue esperienze. Tra gli aneddoti che racconti quali sono i tuoi best?
Tre esperienze, ovviamente le più estreme. Il narcos (credo) che blocca un aereo di linea per avermi suo ospite a cena in Colombia. La discesa dal Monte Igman a fari spenti per entrare nella Sarajevo assediata. Il giro del mondo per “accompagnare” l’Olimpia Asuncion a Tokyo, dove l’aspettava il Milan per la coppa Intercontinentale. Le tratte aeree erano Asuncion-Iguassu-San Paolo-Rio-Los Angeles-Tokyo. Siccome però avevo una vecchia fidanzata triestina a San Francisco, e desideravo passare una giornata con lei, anticipai tutto di un giorno: 24 ore bellissime – si chiamava Marina – poi un taxi all’alba per l’aeroporto, un’ora di volo per Los Angeles, e lì presi “al volo” l’aereo per Tokyo con l’Olimpia a bordo.

Lo stadio è il luogo dove si giocano le partite, ma è anche il posto che contiene i tifosi. Il cuore dello sport. Quanto fanno male i silenzi durante le partite e gli spalti vuoti?
Il libro si chiama “Porte aperte” proprio perché stiamo vivendo l’inconcepibile, ovvero un periodo prolungato di porte chiuse. È un auspicio quindi, una speranza, una necessità. Ma dipendente sempre dalla curva del contagio: non sono uno di quelli che rivorrebbero i tifosi allo stadio e succeda quel che deve succedere. Anzi, è un ragionamento che mi fa orrore.

Da collega a collega: ma quindi invitare l’hostess a cena funziona per convincerla a riaprirti le porte di un volo già imbarcato? (Riferimento a un aneddoto del libro ndr)
(Ride). Solo se sei particolarmente brutto e all’ipotesi di andare a cena con te sia preferibile prendersi un cazziatone dal comandante, ma fermare l’aereo.