Un viaggio dentro La città dei vivi

di Tiziano Rugi*

Quando nel 2016 il brutale omicidio di Luca Varani, commesso in un anonimo palazzo arancione della periferia romana da Marco Prato e Manuel Foffo senza alcun movente, se non un delirio incitato da una quantità di droga che avrebbe intimidito più di un cocainomane, per settimane monopolizzò i media del nostro Paese, pensai immediatamente alla Neve era sporca, un romanzo scritto da Georges Simenon negli anni cinquanta del secolo scorso.
Frank, un giovane «freddo, incostante, scontroso, solitario», una notte uccide senza motivo un uomo, in una sorta di rito di iniziazione alla vita, o di rifiuto della maturità. Solo in prigione l’assassino conoscerà la sua vera natura, e a quel punto deciderà che non gli importa più vivere. Come in una di quelle «coincidenze significative» di cui parla il Jung più visionario e misterico, anche la vicenda di cronaca nera avrebbe seguito lo stesso copione, con il suicidio in carcere di Marco Prato.
Del resto Simenon era un attento conoscitore del comportamento umano e per tutta la vita, attraverso la scrittura, aveva «cercato di capire, senza giudicare» cosa avvenisse nella mente di un assassino: sapeva che per molti sarebbe stata sufficiente solo una piccola spinta per attraversare lo Stige.
«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima», si chiede allo stesso modo Nicola Lagioia ne La città dei vivi, in libreria per Einaudi. «Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice? È sempre: ti prego, fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo».

Perché in tutti gli esseri umani, come fossero personaggi di un romanzo di Simenon, c’è un momento in cui qualcosa si spezza nella psiche, e da quell’istante un irrazionale logicissimo pragmatismo inizia a guidare le loro azioni. Il mondo di chi sta intorno perde ogni significato, oppure uno nuovo, più profondo, che solo loro riescono a comprendere, si svela davanti agli occhi.
Tentare di razionalizzare: la droga, la frustrazione, la repressione sessuale, il narcisismo, la furia primitiva, fino alle ipotesi di “possessione”, è solo guardare una faccia di quel prisma che è la mente umana.
Lagioia ne è consapevole: vorrebbe piuttosto individuare, o quantomeno ricercare, la frattura. L’istante rivelatore che permette l’impossibile: «capire, senza giudicare» (che non significa assolvere) una storia di indicibile violenza e abiezione.

La prima volta che nella Città dei vivi incontriamo Manuel Foffo e Marco Prato, sono già morti. Manuel è un corpo inerme, svuotato, Marco ha appena tentato il suicidio, è a colloquio con una psichiatra e parla di sé come se si vedesse dall’esterno.
Manuel, «schiacciato, umiliato, bistrattato», logorato da un conflitto col padre che forse è solo nella sua mente e non è mai riuscito ad affrontare. Marco «camaleontico, contraddittorio, paurosamente lucido, scisso, ipersensibile, manipolatore, disposto a tutto pur di veder scintillare la sua immagine».
Il limite è stato raggiunto, la realtà in cui pensavano di essere definiti è andata in pezzi, e nella nuova consapevolezza resta qualcosa di molto vicino alla verità: ma la frattura, il Big Bang, va cercato nel passato.
Per Lagioia inizia l’opera di scavo nella vita altrui: indaga, si confronta, ascolta testimonianze, legge atti processuali. Alla fine, e non era difficile immaginarlo, scoprirà che la ricerca è anche uno scavare nella propria vita attraverso quelle degli altri.

Un reportage ineccepibile, in perfetto equilibrio lungo la tradizione di A sangue freddo di Truman Capote. Non solo cronaca, ma anche riflessione sul sensazionalismo di televisioni e giornali, sul rapporto perverso tra social media e opinione pubblica. Eppure La città dei vivi resta soprattutto un romanzo.
Un romanzo sull’autodistruzione: sul destino e il libero arbitrio. Forse tutta la vita di Marco Prato e Manuel Foffo, in una sorta di provvidenza diabolica, aveva un unico compimento possibile in quella frattura, e dove vediamo irrazionalità e follia c’è solo premeditata linearità verso l’annichilimento, un cupio dissolvi nel male: «Era come se si fossero messi sulle proprie stesse tracce per celebrare un rito preparato con meticolosa inconsapevolezza nei mesi precedenti» riconosce lo scrittore detective.
Le bottiglie di vodka che si consumano sono l’unica clessidra in quelle giornate tutte uguali passate a tirare cocaina: è la morte pianificata a piccole dosi che vuol portare con sé tutto l’universo.

La città dei vivi e la città dei morti per un attimo coincidono: la città di sotto, scrive Lagioia, mangia quella di sopra, i morti divorano i vivi, l’informe guadagna terreno: «Ciò che restava di vitale attirava l’aggressione, il morso del contagio, e quella piccola barriera di legno, la porta dell’appartamento di Manuel Foffo, simboleggiava il capolinea di un lungo processo degenerativo. Al tempo stesso era una premonizione, una promessa. Tutti passerete di qua, se non ci siete già passati». Come se «la disperazione, il livore, l’arroganza, il senso di fallimento di cui era piena la città, si fossero concentrati in un unico punto».
Roma diventa personaggio, la città indolente per eccellenza, «sospesa tra armonia e disordine, bellezza e noncuranza, socialità e sfacelo», si toglie la maschera. Lagioia con accanito parossismo descrive una Roma in cui tutti i peggiori incubi si scoprono realtà, dove i topi invadono le strade e combattono bestiali guerre con i gabbiani nell’immondizia che si accumula, le fogne straripano durante un acquazzone, gli alberi si spezzano e uccidono le persone.
Nella pioggia la patina dei secoli si scioglie e si intravedono le tante città che Roma è stata allungarsi nel tempo. «Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso». Fuori diluvia: a Roma, com’è sempre successo, continua a piovere, sui vivi e sui morti.

* Tiziano Rugi è un giornalista, ha scritto per anni sul quotidiano Il Tirreno. Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos, Il Mucchio Selvaggio e scrive per minima&moralia. Collabora con la casa editrice il Saggiatore. Per Round Robin editrice ha scritto Bergamo anno zero.