Dragon Hoops. Il basket, la vita, l’America.

Dragon Hoops è il fumetto più bello che leggerete quest’anno.
La recensione potrebbe anche finire qui, ma mi rendo conto che i lettori e la redazione di Liberementi si aspettano qualche concetto un pochino più articolato. E quindi proverò a entrare un po’ più nel dettaglio. Però non vi scordate l’attacco di questo pezzo, perché di quello parleremo nelle prossime righe: del fumetto più bello che leggerete quest’anno.

Il volume è massiccio (quasi 450 pagine), cartonato ed è arricchito da una splendida sovraccoperta che al tatto ricorda quello che rappresenta: una palla da basket. Già, non vi ho ancora detto di cosa parla questo libro: parla di basket liceale, racconta la storia di una squadra di High School di Oakland (la Bishop O’Dowd Dragons) che insegue il sogno di vincere il campionato statale sfuggitole troppe volte di mano in finale. Come dite? Vi viene immediatamente in mente Touch, il capolavoro di Mitsuru Adachi? I punti di contatto sono in effetti molti e riguardano tanto il lato sportivo (al netto delle differenze evidenti tra basket e baseball) quanto la crescita interiore dei personaggi verso l’età adulta che avviene (anche) grazie allo sport.

C’è una frase che pronuncia l’autore (che nel fumetto si cala in prima persona e segue per tutta l’annata il Team in giro per la California) più o meno dopo un quarto di libro che è il perno attorno a cui nasce e si sviluppa il rapporto tra la squadra e l’autore e tra l’autore e il mondo dello sport (con cui ammette sin dal prologo di non essere mai andato particolarmente d’accordo) ed è questa: “Sai qual è la parte peggiore dello sport? Non hai nessun controllo reale su come finirà. Puoi anche essere il miglior giocatore del mondo, nella miglior squadra del mondo… puoi meritare di vincere, ma comunque potresti non farcela.”

Che dire… ben venuto nel club Gene!

C’è un’altra frase (stavolta non del libro) che mi perseguita da qualche tempo ed è questa: Si scrive sport, ma si legge vita. Si tratta di una frase che ho scritto per un lavoro editoriale a cui sono molto legato, che di fatto sottolinea qualcosa che io personalmente ho sempre pensato e cioè che lo sport è un linguaggio universale in grado di parlare a tutti, di tutto. Qui però è diverso, in questo lavoro vedo per la prima volta sbocciare questa consapevolezza in diretta nella coscienza di qualcuno. Una sensazione toccante e bella al tempo stesso.

Ecco, l’autore capisce questa cosa ormai quarantenne e lo capisce insieme a degli adolescenti che invece per la prima volta scoprono con lo sport una possibilità per farcela nella vita. Per avere successo. Un ascensore sociale, diremmo se ci trovassimo in qualche salotto bene della televisione.

Dragon Hoops è un grande libro anche per un altro motivo, contestualmente alla storia dell’annata magica dei Dragons inserisce degli inserti con cui ricostruisce la storia del basket che al tempo stesso sono dei veri e propri trattati di storia civile americana. Dalla YMCA, ai primi giocatori di colore accettati in una squadra NBA alla nascita della WNBA che per ovvi motivi ci porta a parlare anche della questione di genere e dell’emancipazione femminile. Sapevate ad esempio che fino a qualche decennio fa le giocatrici di basket non potevano contendersi una palla perché altrimenti sarebbero diventate troppo aggressive e muscolose e quindi inadatte a fare le madri e le mogli?

La storia del basket (e degli Stati Uniti d’America) passa anche per momenti del genere e soprattutto passa per l’attimo preciso in cui quei rigidi regolamenti si sono spezzati, rotti, distrutti, dando vita a un concetto bello e prezioso: la libertà. Avete mai pensato a che rumore fa la libertà? Cercatelo dentro di voi e provate ad ascoltarlo: ci sono buone possibilità che sentiate il suono di una palla che rimbalza.

Dragon Hoops
Gene Luen Yang
Tunué
24,90 euro