Un Girotondo di amori, al tempo di Whatsapp

Dieci storie, dieci protagonisti che si danno il cambio in un girotondo narrativo ed emotivo. Si chiama proprio Girotondo l’ultima fatica di Sergio Rossi e Agnese Innocente che hanno dato vita a bel graphic novel (edito da il Castoro) che indaga dentro i sentimenti dei più giovani, in quell’età fluida dove sembra che stia succedendo tutto, ma tutto deve ancora succedere. Solo che non lo sai… ed è magica proprio per quello.
Sergio e Agnese hanno accettato di partecipare a un’intervista doppia sulle pagine di Liberementi.
Buona lettura.

SERGIO ROSSI
_001Sergio Rossi, Milano 2016_© Stefano Ferrante
Racconti – in poche parole – ai nostri lettori la tecnica narrativa del “Girotondo”? Ho ripreso la struttura dell’opera teatrale “Girotondo” di Arthur Schnitzler: dieci episodi ognuno con due personaggi principali, uno dei quali passa in quello successivo. Nell’ultimo episodio ricompare uno dei personaggi del primo episodio che chiude la vicenda con le stesse battute con cui l’ha aperta. Rispetto all’opera originale, l’ho usata per storie di amori e disamori.

Tra tutti i personaggi, chi è quello che senti più vicino a te? E perché?
Forse Stefano, perché è il più “normale”, come il sottoscritto, il primo a essere stato creato e quello si è beccato lo stesso scherzo che mi fecero all’università. Ma per me sono tutti preferiti.

I personaggi sono liceali, ma sembrano quasi universitari. Forse c’è il bellissimo sfondo di Bologna che trae un po’ in inganno in questo senso, ma mi ha colpito la quasi totale assenza degli adulti in ben 179 pagine. C’è un motivo preciso? Sembra quasi l’universo parallelo dei Peanuts dove i “grandi” ci sono, ma non li vediamo mai.
I personaggi sono studenti dell’ultimo anno delle superiori, ma potevano anche essere universitari al primo anno: non sarebbe cambiato molto perché molto simili per età ed esperienze. Gli adulti ci “sono” ma non si devono sentire perché i ragazzi vogliono decidere con la loro testa, specie nelle tempeste amorose. Ed è giusto così, anche perché lo stesso succedeva ai tempi miei (mi sono diplomato nel, ehm, 1989): credo che ancora oggi i miei genitori sappiamo nulla o quasi di cosa ho fatto alle superiori. I Peanuts, che giustamente citi ed è una delle letture su cui mi sono formato, avevano già capito tutto di questo rapporto figli/genitori già dagli anni Sessanta.

Perché proprio a Bologna? Si tratta di una Bologna reale quella che vediamo? Bologna è una città bellissima, come la maggior parte delle città italiane, quindi perché non sfruttarla? Vivo qui e ambiento le mie storie il più possibile in contesti che conosco per dare maggiore credibilità al racconto. Inoltre, quella rappresentata non è solo la Bologna reale, ma anche un luogo che riflette e amplifica i sentimenti dei personaggi. Agnese è stata (più che) bravissima a rendere tutto questo. Comunque, c’è anche una trasferta a Pisa e a Lucca Comics, con passaggio alla stazione di Prato!

Come avete lavorato? C’è stato un momento di confronto e di “influenza reciproca”?
Ci siamo confrontati su tutto, vignetta per vignetta. Scrivevo la sceneggiatura, la rivedevo con le (bravissime) editor Chiara Arienti e Maria Chiara Bettazzi, poi Agnese faceva un primo storyboard così vedevamo se funzionava, quindi si correggeva, si cambiava idea e poi si passava al disegno e ai colori. Fin dall’inizio ho comunque lasciato ad Agnese campo libero nello scegliere vestiti, acconciature e accessori per caratterizzare i singoli personaggi, e ha sempre scelto bene.

Sergio, mi dici un pregio di Agnese?
In realtà ne ha molti: è giovane, ha già un suo stile personale che ha introiettato i maestri del fumetto, ha una grande capacità di composizione della vignetta e della pagina, sa far recitare i personaggi e li sa vestire.

Citando la quarta di copertina… cos’è l’amore ai tempi di Whatsapp? Al netto dell’alta instabilità emotiva che può avere un adolescente, secondo voi è più facile o più difficile innamorarsi e mantenere saldo un sentimento con le nuove tecnologie?I rapporti sono sempre gli stessi, come mostrano anche serie come Skam e Sex Education. Non credo sia più facile oggi che ai miei tempi che c’era il telefono fisso. Forse lo è fare il primo contatto, per esempio tramite un messaggio in una chat condivisa, ma poi, per parafrasare Battiato, quando arriva la fine del mondo, ossia provarci con la persona che ti piace, non ti salveranno i tuoi social network. Sono invece stati amplificati i fenomeni di bullismo, body shaming e revenge porn. Esistevano già prima, ma non con questa facilità di realizzazione e diffusione.

AGNESE INNOCENTE
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Racconti – in poche parole – ai nostri lettori la tecnica narrativa del “Girotondo”?
Molto semplicemente è proprio ciò che ci s’immagina quando si pensa ad un girotondo: dieci personaggi si prendono per mano, uno dopo l’altro, muovendosi in un vortice adolescenziale fatto di amori, cotte, relazioni, amicizie, sesso, tradimenti, feste. La storia, infatti, è suddivisa in dieci episodi che vedono protagonisti, a due a due, i nostri ragazzi; un personaggio dei due presenti in un singolo capitolo si ripete nel successivo e così via, fino ad arrivare all’ultimo in cui ritroviamo il primo dei personaggi della prima storia. Proprio come il “Girotondo” di Schnitzler, ambientato però in un 2020 bolognese.

Tra tutti i personaggi, chi è quello che senti più vicino a te? E perché?
Ce ne sono due: Chiara ed Ennio. Chiara perché abbiamo un carattere simile e tante, tante passioni in comune. Ennio, invece, lo sento vicino per la sua situazione tormentata che troppo spesso tenta di soffocare.

I personaggi sono liceali, ma  sembrano quasi universitari. Forse c’è il bellissimo sfondo di Bologna che trae un po’ in inganno in questo senso, ma mi ha colpito la quasi totale assenza degli adulti in ben 179 pagine. C’è un motivo preciso? Sembra quasi l’universo parallelo dei Peanuts dove i “grandi” ci sono, ma non li vediamo mai.
Penso che Sergio abbia voluto creare un fumetto che parli direttamente ai ragazzi, ed è per questo che sono loro i veri protagonisti. Gli adulti ci sono, ma in questo caso il loro ruolo non è così importante: vogliamo una storia che ci dia un quadro generale sulla vita dei liceali oggi e vogliamo innamorarci di loro, arrabbiarci per gli sbagli che fanno, scuotere la testa di fronte ad un’azione stupida, emozionarci con un abbraccio o con un bacio.

Perché proprio a Bologna? Si tratta di una Bologna reale quella che vediamo?
Assolutamente. Sergio vive a Bologna da anni, la conosce più che bene e sono convinta che il suo amore per la città sia lampante in quest’opera. Dal canto mio, lavorando ai disegni e leggendo la sua sceneggiatura, riuscivo a respirare l’aria bolognese e a immaginare di volta in volta nella mia testa le immagini nitide delle vicissitudini dei nostri ragazzi a scuola e fra le strade della città. Spero comunque di essere riuscita a rendere al meglio delle mie capacità uno dei capoluoghi italiani che amo di più tramite gli scorci scelti, le prospettive e le palette di colori.

Come avete lavorato? C’è stato un momento di confronto e di “influenza reciproca”?
I momenti di confronto fra me e Sergio erano costanti. Abbiamo lavorato capitolo per capitolo, ragionando prima a compartimenti stagni e poi, di volta in volta, riprendendo le storie nell’insieme per far sì che tutto tornasse. Mandavo blocchi da 15 tavole di storyboard a Sergio che le revisionava, poi discutevamo assieme su cosa potesse essere cambiato e migliorato sia a livello di testo che di segno ed inviavamo poi il materiale all’editore. Una volta approvato, lo stesso percorso si ripeteva per gli inchiostri definitivi ed infine per il colore. Tutto questo, ovviamente, grazie alle indispensabili revisioni di Chiara Arienti e Maria Chiara Bettazzi, le editor che ci hanno seguiti e che hanno creduto in noi e in “Girotondo” dall’inizio alla fine.

Agnese, mi dici un pregio di Sergio?
In merito a “Girotondo” direi perfezionista, e si… Direi che sia proprio un pregio!

Citando la quarta di copertina… cos’è l’amore ai tempi di Whatsapp? Al netto dell’alta instabilità emotiva che può avere un adolescente, secondo voi è più facile o più difficile innamorarsi e mantenere saldo un sentimento con le nuove tecnologie?
Ho ventisei anni, dunque anche se non posso ritenermi una “nata digitale” ho vissuto il pieno della mia adolescenza (e soprattutto post-adolescenza) utilizzando proprio le “nuove tecnologie”, e spesso ho sentito dire che “l’amore ai tempi di WhatsApp” non ha lo stesso valore di quello di una volta. Onestamente non penso sia così: le app di messaggistica sono un mezzo ormai consolidato nelle nuove generazioni e rappresentano sicuramente uno strumento comodo per comunicare e per aiutare i ragazzi a costruire rapporti (che siano di conoscenza, di amicizia o anche di relazione fisica o amorosa); è fondamentale ricordarsi sempre che i mezzi cambiano, ma i sentimenti e le emozioni rimangono gli stessi.