17 Giugno 1970: “Quattro a tre” di Brambilla e Facchinetti

Quando si dice La partita del secolo, la mente non può che andare alla semifinale del mondiale messicano del 1970: un collegamento diretto, istantaneo, ancor più rapido e profondo in chi oggi ha di gran lunga superato i sessant’anni sulla carta d’identità, e quella partita se la ricorda per averla vista con i propri occhi. Ma anche chi oggi ha molte primavere in meno, conosce a menadito quell’incontro, diventato negli anni molto più di un evento calcistico, sdoganato quasi come un avvenimento culturale e generazionale.

In occasione del cinquantesimo anniversario è uscito in libreria Quattro a tre, di Roberto Brambilla e Alberto Facchinetti, per Edizioni inContropiede, un affresco di quei centoventi minuti che segnarono la storia del calcio. E non solo.

Ma facciamo un passo indietro.

Era il 17 giugno del 1970, e allo stadio Azteca di Città del Messico, l’Italia di Valcareggi e la Germania Ovest di Schon, si giocavano il pass per la finale, che si sarebbe giocata, quattro giorni dopo, proprio su quel campo.

Gli azzurri arrivarono a quell’incontro sull’onda delle critiche per un cammino nel girone eliminatorio non proprio esaltante: una sola vittoria, tra l’altro di misura, contro la Svezia, e due pareggi a reti bianche contro l’Uruguay e la matricola Israele, che valsero comunque il primato in classifica. Neanche la sonora vittoria nei quarti di finale contro i padroni di casa del Messico, superati 4-1, riuscì a zittire il chiacchiericcio attorno alla Nazionale, che ora si trovava ad affrontare la corazzata teutonica, arrivata con quattro vittorie in altrettanti incontri disputati.

La partita iniziò subito bene per l’Italia, grazie al gol di Boninsegna dopo appena otto minuti di gioco, che permise alla Nazionale di controllare il gioco e tessere la sua fitta rete di passaggi, cercando di gestire la situazione, per ripartire poi in contropiede. Ma a scombinare i piani dei nostri arrivò, nel secondo minuto di recupero, il gol del milanista Schnellinger, che, come una doccia gelata, spense l’entusiasmo dei tifosi davanti ai televisori.

C’è da dire, per ancor più la giusta misura di quanto accaduto, che in quegli anni, a differenza di oggi, il recupero non era una consuetudine, e quel gol, arrivato abbondantemente dopo il 90’, attirò sull’arbitro messicano Arturo Yamasaki, non poche critiche.

Quello che accade dopo la fine dei tempi regolamentari non fu più calcio, ma divenne storia, mito, cultura: cinque gol segnati in appena trenta minuti, con il centro decisivo di Rivera, arrivato appena sessanta secondi dopo la seconda marcatura di Muller, che aveva riportato il punteggio in parità.

Ma a destare ancor più stupore, e polemiche, fu come quella vittoria maturò: l’agonismo sovvertì qualsiasi aspetto tecnico-tattico, facendo divenire quell’incontro una cavalcata inarrestabile di passione e sentimento.

E se cinquant’anni dopo quell’Italia-Germania resta lì come un simbolo, come un spartiacque tra quel che era stato prima e quel che sarebbe stato dopo, è giusto tornare a parlarne e a scriverne: Brambilla e Facchinetti lo fanno compiendo un vero e proprio viaggio, che inizia nei rispettivi ritiri prima della gara e arriva fin dopo il fischio finale, con un’analisi, giocatore per giocatore, di quanto fatto al termine del Mondiale 1970. Nel mezzo una cavalcata di emozioni, vissute attraverso la ricostruzione dell’incontro, utilizzando anche le parole pronunciate da Nando Martellini, che fece la telecronaca di quella partita, e da Enrico Ameri, storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto.

Gli azzurri battono il calcio d’inizio dopo il 3-3. Rivera ha nelle orecchie ancora le urla di Albertosi e nella testa un’idea folle: farsi consegnare il pallone, correre per tutta la metà campo avversaria e segnare il gol della vittoria. Vuole farsi perdonare. Ma quando De Sisti gli dà la palla all’indietro, Gianni vede magli bianche ovunque. Meglio di no. Il cambio di programma avviene rapidamente. Restituisce il pallone a Picchio, che smista sulla sinistra a Facchetti, Il capitano lancia verso Bonimba, è incredibile che Bobo ne abbia ancora al 111’ dopo la partita che ha giocato finora. Di fisico se ne va da Willi Schulz, il numero 5 della Germania. In area arriva un po’ decentrato, con il difensore tedesco che non molla, difficile cercare direttamente la porta da qui. E allora scarica all’indietro. De Sisti si è fermato indietro, qualche metro dopo il cerchio di centrocampo, segue l’azione da una posizione privilegiata.
Il pallone arriva sui piedi di Gianni Rivera. È un rigore in movimento. Sepp Maier si butta alla sua sinistra, il Golden Boy incrocia sull’altro palo.

Quattro a tre di Roberto Brambilla e Alberto Facchinetti non è solo un libro, ma un piccolo biglietto di viaggio nel tempo, per tornare indietro di mezzo secolo e rivivere le emozioni di un incontro che ha cambiato la storia del calcio, arrivando ad essere riconosciuta, a ragione, come la partita del secolo.