Liberi Inizi: “Se scorre il sangue” di Stephen King

È uscito meno di una settimana fa, ma Se scorre il sangue, l’ultimo libro di Stephen King, edito da Sperling e Kupfer, è già in testa alle classifiche di vendita.

Sì, perché il re del genere horror, ha saputo regalare, anche questa volta, un vero concentrato di suspence: Se scorre il sangue, infatti, è una raccolta di quattro racconti da togliere il fiato, che dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la grandezza letteraria di King.

Ci sono diversi modi di dire, quando si parla di notizie, e sono tutti leggendari: «Sbatti il mostro in prima pagina», «Fa più notizia Uomo morde cane che Cane morde uomo» e naturalmente «Se scorre il sangue, si vende». Nel racconto di King che dà il titolo a questa raccolta, è una bomba alla Albert Macready Middle School a garantire i titoli cubitali delle prime pagine e le cruente immagini di apertura dei telegiornali. Tra i milioni di spettatori inorriditi davanti allo schermo, però, ce n’è una che coglie una nota stonata. Holly Gibney, l’investigatrice che ha già avuto esperienze ai confini della realtà con Mr Mercedes e con l’Outsider, osserva la scena del crimine e si rende conto che qualcosa non va, che il primo inviato sul luogo della strage ha qualcosa di sbagliato. Inizia così “Se scorre il sangue”, sequel indipendente di “The Outsider”, protagonista la formidabile Holly nel suo primo caso da solista. Ma il lungo racconto dedicato alla detective preferita di King (come scrive lui stesso nella sua nota finale) è solo uno dei quattro che compongono la raccolta. Da “Il telefono del signor Harrigan”, dove vita e tecnologia si intrecciano in modo inusuale, a “La vita di Chuck”, ispirato a un cartellone pubblicitario, fino a “Ratto” – che gioca con la natura stessa del talento di uno scrittore – le storie di questa raccolta sono fuori dagli schemi, a volte sentimentali, forse anche fuori dal tempo. In una parola, kinghiane.

Per la rubrica Liberi Inizi di questa settimana, ecco l’incipit di Se scorre il sangue di Stephen King.

 

La cittadina dove sono nato era solo un villaggio di più o meno seicento abitanti (e lo è tuttora, anche se sono andato a vivere altrove), ma avevamo Internet proprio come le metropoli, perciò io e mio padre ricevevamo sempre meno posta personale. Di solito le consegne del signor Nedeau consistevano nella copia settimanale di Time, in volantini indirizzati agli inquilini o al vicinato e nelle bollette mensili. Ma a partire dal 2005, quando compii nove anni e cominciai a lavorare dal signor Harrigan, in cima alla collina, potei contare su almeno quattro buste indirizzate a me ogni anno: a febbraio, per il giorno di San Valentino; a settembre, per il mio compleanno; a novembre, per la Festa del Ringraziamento e per le vacanze di Natale. Dentro ogni biglietto d’auguri c’era un gratta e vinci da un dollaro della Maine State Lottery, e la firma era sempre la stessa: Tanti auguri dal signor Harrigan. Semplice e formale.

Anche la reazione di mio padre era sempre la stessa: una risata, con gli occhi rivolti al cielo.

«È un tirchio», disse un giorno. Dev’essere successo quando avevo undici anni, perciò ne erano trascorsi un paio da quando i biglietti avevano cominciato ad arrivare. «Ti paga una miseria e anche i bonus sono poca cosa: un miserabile gratta e vinci, comprato all’Howie.»

Gli risposi che, di solito, almeno uno dei quattro gratta e vinci annuali fruttava un paio di dollari. Quando succedeva, era papà a riscuoterli all’Howie, perché i minorenni non potevano giocare alla lotteria, neppure se i biglietti li avevano ricevuti in regalo. La volta che avevo fatto il colpaccio e avevo vinto cinque dollari, chiesi a papà di comprarmi altri cinque gratta e vinci anziché riscuotere il premio. Si rifiutò dichiarando che, se avesse incoraggiato la mia dipendenza dai giochi d’azzardo, mia madre si sarebbe rivoltata nella tomba.

«Che lo faccia Harrigan basta e avanza», disse papà. «E poi, dovrebbe pagarti sette dollari l’ora. Forse addirittura otto. Dio sa se non potrebbe permetterselo. Cinque dollari l’ora sarà anche legale, perché tu sei soltanto un ragazzino, ma c’è chi potrebbe considerarlo sfruttamento di minore.»

«Mi piace lavorare per lui», ribattei. «E mi piace lui, papà.»

«Questo posso capirlo», mi rispose, «e il fatto di leggere per lui e di innaffiargli i fiori in giardino non fa certo di te un Oliver Twist del Ventunesimo secolo, ma resta il fatto che è tirchio. Mi stupisce che sia disposto a pagare i francobolli per spedire questi biglietti, quando tra la sua cassetta della posta e la nostra ci saranno al massimo quattrocento metri.»

Durante questa conversazione eravamo seduti in veranda, con un bicchiere di Sprite, e papà indicò con il pollice la strada in salita (sterrata, come quasi tutte a Harlow) che portava alla casa del signor Harrigan. Più che una casa si trattava di una vera e propria villa, con una piscina interna, un giardino d’inverno, un ascensore a vetri che adoravo prendere e una serra sul retro, che un tempo era stata un locale per la mungitura (prima che nascessi, ma papà se la ricordava ancora).

«Sai bene che soffre di artrosi», spiegai. «Ormai gli capita spesso di dover usare due bastoni, invece di uno. Scendere a piedi fin qui lo ucciderebbe.»

«E allora potrebbe consegnarteli a mano, quei biglietti del cavolo», disse papà. Ma non c’era cattiveria nelle sue parole; era solo il suo modo di scherzare. In realtà, lui e il signor Harrigan andavano molto d’accordo. Mio padre era in buoni rapporti con tutti, a Harlow. Credo fosse questo a fare di lui un buon venditore. «Visto tutto il tempo che passi a casa sua.»

«Non sarebbe la stessa cosa», replicai.

«No? E perché?»

Non ero in grado di spiegarlo. A mancarmi non erano certo i vocaboli, visti tutti i libri che avevo letto, ma l’esperienza di vita. Sapevo soltanto che mi piaceva ricevere quelle buste, e attendevo con ansia di poter grattare il biglietto della lotteria con la mia monetina fortunata e vedere scritte le solite parole, con la sua grafia antica: Tanti auguri dal signor Harrigan. Ripensandoci, mi viene in mente la parola cerimonioso. La stessa ragione per la quale il signor Harrigan indossava una delle sue cravatte nere e sottili ogni volta che andavamo in città insieme, anche se rimaneva quasi sempre seduto al volante della sua comoda Ford berlina leggendo il Financial Times, mentre io entravo all’IGA e compravo tutti gli articoli elencati nella sua lista della spesa, che includeva quasi sempre pasticcio di carne in scatola e una dozzina di uova. Ogni tanto il signor Harrigan ribadiva che, dopo aver raggiunto una certa età, un uomo poteva tirare avanti benissimo mangiando solo uova e pasticcio di carne. Quando gli chiesi a quale età si riferisse, mi rispose: sessantotto anni.

«Quando un uomo compie sessantotto anni, non ha più bisogno di vitamine.»

«Sul serio?»

«No. Lo dico soltanto per giustificare le mie pessime abitudini alimentari. L’hai ordinata o no, la radio satellitare per l’auto, Craig?»

«Certo.» Sul computer di casa di papà, perché il signor Harrigan non ne aveva manco uno.

«E allora dov’è? Riesco a beccare soltanto quel trombone di Limbaugh.»

Gli mostrai come prendere le stazioni satellitari. Continuò a girare la manopola finché non ne trovò una specializzata in musica country, che stava trasmettendo Stand by Your Man.

Quella canzone mi fa venire i brividi ancora oggi, e credo proprio che sarà sempre così.