La raccolta di poesie “I miei vuoti pieni” di Angela Sammarco

Se dovessimo pensare oggi alla poesia, forse, avremmo due facce, così diverse, di una stessa medaglia: quella classica, arcaica, ormai così eccessivamente scolarizzata da essere quasi snobbata, e quella moderna, a volte naif, spesso sconvolta e strappata, alla ricerca del lampo, dell’effetto speciale, che crei forzatamente nel lettore un labile senso di stupore.

Fortunatamente, però, ci sono ancora pregevoli eccezioni che confermano come la poesia sia viva, e abbia la capacità di trasmettere emozioni.
È sicuramente il caso di I miei vuoti pieni, la raccolta dei componimenti in versi di Angela Sammarco, edito da Tabula fati.

Una produzione, che per stessa ammissione della Sammarco, è contraddittoria e visionaria.
Quando penso alla mia poetica, ci dice, penso alla frase di Walt Whitman “Forse mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini”. So che il mio modo di scrivere contiene tanti contrasti. Dovendo scegliere una definizione, descriverei la mia poetica “visionaria”. Le mie poesie vengono da immagini che ho nella mente e che fotografo con le parole.

E la forza della sua poesia è proprio quella di creare delle istantanee negli occhi e nella mente di chi legge i suoi versi, fatti di immagini colorate a tenti sempre accese: ecco che si ritrovano spesso il rosso, il blu, il nero, fino al Fluo, che diventa addirittura il titolo di un bellissimo componimento.

Voci elettriche tagliano l’aria,
corrono più veloci del respiro.
Solo i colori esplodono dentro.
Solo la gioia vernicia i polmoni.
E gli occhi ridono.

Non solo i colori esplodono dentro, ma anche il desiderio di leggere I miei vuoti pieni, un percorso segnato da una forte identità autobiografica: ci sono personaggi che trasudano realtà, luoghi che richiamano le città dove Angela Sammarco ha vissuto, come Roma, Bologna, Torino, Parigi, ma anche Roccamorice, il piccolo borgo dove ha deciso di andare a vivere.
In ogni città dove ho vissuto ho imparato tanto, sia dal punto di vista umano, che dal punto di vista formativo. Nelle mie poesie c’è tanto dei luoghi e delle case nelle quali ho vissuto. Le stanze nelle quali vivono alcuni personaggi, i bar, le stazioni dei treni, sono luoghi che ho attraversato e ridisegnato nelle poesie. Alcuni personaggi come Ernesto e la signora Emme esistono davvero, anche se non sono i loro veri nomi: camminano ancora, credo, per le vie di Pietralata, il quartiere di Roma dove ho vissuto per quasi trent’anni.

Una passione quella per la poesia, che nasce da lontano, e affonda le sue radici fin dalla più tenera età della Sammarco.
Non so bene quando è nato il mio amore per la poesia. Ricordo che da piccola scrivevo versi su di un quadernino e poi li illustravo. Credo di avere la poesia dentro da sempre. È sempre stata una forma espressiva per me naturale. Giuseppe Elio Ligotti, scrittore e poeta, che è stato anche mio professore del liceo, ha fatto sicuramente uscire questo mio amore e lo ha canalizzato tramite l’insegnamento della scrittura poetica: a lui devo molto.

Tra i suoi poeti di riferimento, poi, ci sono anche Giorgio Caproni, Emily Dickinson, Alda Merini e Franco Arminio, solo per citarne alcuni. Ma non solo.
Credo che alcune persone mi abbiano trasmesso la poesia senza saperlo: come mio nonno Nicolino, un uomo buffo e poetico, buono, malinconico e colorato. C’è molto di lui nelle mie poesi.

I miei vuoti pieni è una lettura molto gradevole, merito dello stile di Angela Sammarco, e della variegata struttura dei componimenti, non solo relativamente alla metrica o alla versificazione, ma anche alla lunghezza degli stessi, che rende la raccolta un insieme di poesie molto differenti tra loro, capace di far tornare il lettore su quei versi, alla ricerca di sfumature di colore, e di significato, sempre nuove e sempre diverse.