“Come gli alberi spogliati ad Aprile” di Luca Pompei: uno splendido romanzo per non dimenticare il terremoto dell’Aquila

Il 6 aprile non è una data qualunque, per una gran parte degli italiani, e per un’intera comunità come quella aquilana. È l’anniversario di quello che è stato uno dei più drammatici eventi della storia non solo della città, ma dell’Abruzzo intero: il terremoto, che tutto ha sconvolto e spezzato.

E oggi, 6 aprile, si celebra un anniversario molto particolare: non sono solo undici anni da quel giorno del 2009, ma, proprio come allora, è il lunedì della settimana che anticipa Pasqua: un’analogia non da poco, se pensiamo che oggi le strade della città saranno deserte, per la prima volta negli ultimi dieci anni, a causa dell’emergenza che stiamo vivendo.

Sono stati undici lunghi anni nei quali L’Aquila, e gli aquilani, si sono rialzati, tirandosi su le maniche, facendo uscire il loro carattere forte e gentile, con il quale, giorno dopo giorno, stanno provando a ricostruire quello che il terremoto ha provato a distruggere per sempre.

In questi undici anni in molti, a modo loro, si sono occupati di quanto accaduto alle 3:32 del 6 aprile 2009. Documentari, film, serie televisive, ma anche decine e decine di libri sono stati scritti: fiumi di parole, a volte poco lucide, che hanno riempito volumi di dolore, di angoscia, ma anche di speranza.

E c’è chi, a più di una decade da quel terribile evento, continua a scriverne, come Luca Pompei, che nel novembre scorso ha pubblicato, per Masciulli Editore, Come gli alberi spogliati ad Aprile.
D’istinto si potrebbe pensare: ma c’era davvero bisogno di un altro libro sul terremoto?
La risposta è sì. Anzi, assolutamente sì. E non solo per il concetto, a volte un po’ inflazionato, che sia necessario e doveroso fare memoria, per non dimenticare, perché rimanga vivo in noi il ricordo.
Ma, perché, Come gli alberi spogliati ad Aprile è uno dei testi più delicati, ispirati e intelligenti che siano stati scritti su questa immane tragedia: Pompei, infatti, traccia un sentiero unico finora nel suo genere, uscendo fuori da qualsiasi tipo di inchiesta, di polemica, di clamore, andando alla ricerca dell’infinitamente piccolo, per narrare di un evento così estremamente grande.

Sì, perché Come gli alberi spogliati ad Aprile è ambientato in uno dei più piccoli centri colpiti dal sisma: Casentino, frazione del comune di Sant’Eusanio Forconese, un mucchietto di case addossate alla montagna, lungo la strada che collega L’Aquila a Stiffe.

Lì si incrociano le storie di Bruno, illustre e affermato avvocato del Foro di Roma, che, dopo aver trascorso a Casentino parte della sua giovinezza, e dopo essersi separato dalla moglie, torna in paese per trascorrere l’estate con suo figlio Emilio, rincontrando, a distanza di anni, Enrica, una donna che vive nel rimorso di non esser mai salita su quella corriera per andare a vivere altrove, come tante sue coetanee avevano fatto, prima e dopo il terremoto. Con lei nascerà una particolare storia d’amore che caratterizzerà le vicende del libro. Sullo sfondo si muovono le vite dell’anziano Cesidio, con la sua Panda 45 color verde bottiglia; dell’Ingegner Di Renzo, il professionista indicato dall’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere, come interfaccia tra i singoli Consorzi e l’Ufficio Centrale; di Nicola D’Angelo, il sindaco di Sant’Eusanio.

La narrazione di Pompei descrive fedelmente il calore di quella piccola realtà, della quale non ricalca soltanto i profili veri e reali dei personaggi, autentici ritratti di un’umanità che sta scomparendo, anche a causa del terremoto, ma ripercorre la quotidianità di una piccola comunità, come quella di Casentino, con i suoi usi e le sue festività, come quella della Madonna della Neve.

Sette anni sono passati da allora, mesi, settimane e giorni così lenti nel loro scorrere, perché da queste parti il tempo non corre, passeggia stanco tra le abitudini perse tra le macerie, case con la scadenza sul retro, che sostituiscono come possono altre case che chissà mai quando verranno ricostruite, ed intanto per molti, qui, il sonno s’interrompe tra le 3.15 e le 3.30 di notte, con un borsone di panni sempre riposto nel bagagliaio della macchina, e l’abat jour vicino al letto sempre accesa. Qui, soprattutto nei borghi intorno a L’Aquila, non si esce più la sera d’estate, non ci si ritrova più in piazza e non si chiacchiera più al bar o all’alimentari, perché di bar ed alimentari non ce ne sono, ed il furgoncino, che con l’altoparlante annuncia il martedì mattina l’arrivo della frutta fresca, è già arrivato al bivio giù a valle prima che ci si possa rendere conto.

Ne scaturisce una storia che sa accompagnare il lettore lungo quelle vie dal selciato blu, tra brandelli di case che svettano sbeccate verso il cielo, e passaggi ristretti dai puntellamenti per sostenere le abitazioni ancora in piedi, in una vicenda dove la vita, l’amore e la morte si mescolano, macchiate da tutte le problematiche che hanno segnato, e continuano a caratterizzare, una ricostruzione che procede più forte della burocrazia e più forte degli interessi personali di pochi.

E infine quel titolo, così d’effetto perché così vero, che ricorda come undici anni fa a quest’ora, gli alberi a L’Aquila e dintorni fossero spogli, come in autunno, denudati delle loro foglie dalla violenza di un terremoto che aveva fatto vibrare i rami dove erano aggrappate, e che aveva portato via con sé, per sempre, 309 vittime che non saranno mai dimenticate.

Come gli alberi spogliati ad Aprile di Luca Pompei è la fotografia più sincera di quello che è stato, ed è ancora, per molti aquilani il cammino iniziato quel 6 aprile 2009, per riedificare non solo una città, e decine di paesi che vi si muovono attorno, ma per ricostruire tante piccole comunità sconvolte da quel sisma.