Liberi Inizi: “Topografia del caso Moro” di Roberto Fagiolo

Oggi, 16 marzo, ricorre l’anniversario del rapimento di Aldo Moro.

Per questo, per la rubrica di Liberi Inizi, abbiamo deciso di proporvi l’incipit del libro “Topografia del Caso Moro”, di Roberto Fagiolo, per Nutrimenti.

I cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse vengono riletti in una nuova e inedita prospettiva attraverso la mappatura dettagliata dei luoghi di Roma che segnarono gli eventi, a partire dal rapimento di via Fani fino all’epilogo in via Caetani. Le vie di fuga del commando, i covi, i luoghi di ritrovamento delle lettere di Moro e dei comunicati delle Br. Un racconto incisivo e documentato, aggiornato con tutte le novità emerse dai lavori della Seconda Commissione Moro, chiusa nel dicembre 2017.

 

Ecco l’inizio del libro:

Giovedì 16 marzo 1978. Zona nord di Roma. Tutto comincia da qui: via del Forte Trionfale, una strada a due corsie che par te da via Trionfale e sfocia in via Cortina D’Ampezzo. Prende nome dal Forte Trionfale, uno dei quindici forti della capitale costruiti tra il 1877 e 1891. Portata a termine nel 1888, la struttura copre una superficie di ventuno ettari. In seguito ospita la sede del Terzo Reggimento Genio dell’Esercito italiano. Al numero 36 di via del Forte Trionfale si trova una nota clinica, Villa Maria Pia, mentre poco più in là, al numero 79, al quarto piano di una palazzina dall’intonaco rosso, c’è l’abitazione di un grande protagonista della politica italiana: Aldo Moro.

Cinque volte presidente del Consiglio, più volte ministro, Moro ricopre la carica di presidente della Democrazia cristiana, guidata da Benigno Zaccagnini, un fedelissimo di Moro. Nell’appartamento di via del Forte Trionfale, abitano con Moro la moglie Eleonora Chiavarelli e i figli Giovanni e Agnese. Le altre due figlie, Anna, sposata con un medico di Grosseto, e Maria Fida, non risiedono più nella casa paterna. L’appartamento in cui abita da tredici anni la famiglia Moro è composto da soggiorno, sala da pranzo, tre camere da letto, due bagni e cucina. È La casa dei cento Natali, come la chiama Maria Fida Moro nel libro dedicato al ricordo del padre: un rifugio dolce e lieto, dove sembrava sempre Natale.

Aldo e Eleonora Moro sono legatissimi al piccolo Luca, figlio di Maria Fida, che talvolta resta a dormire dai nonni, in via del Forte Trionfale. Come la notte del 15 marzo. Il giorno dopo, 16 marzo, di mattina presto, Maria Fida raggiunge l’abitazione dei genitori per riprendere Luca. Moro chiede alla figlia se il bimbo può andare con lui fino alla chiesa di San Francesco, in piazza Monte Gaudio. Ma non è possibile. Maria Fida ha promesso a Luca di portarlo alla caserma delle Capannelle a vedere le esercitazioni dei Vigili del Fuoco. Maria Fida ricorda che la mattina del 16 marzo il padre esce di casa intorno alle 8.30. E rammenta anche il luogo dove è diretto: l’Università La Sapienza, nella zona di San Lorenzo. Moro dal 1964 è docente di Istituzioni di diritto e procedura penale all’Università di Roma, presso la Facoltà di Scienze politiche. In effetti la mattina del 16 marzo Moro è atteso alla Sapienza per un consiglio di facoltà e per discutere le tesi di alcuni dei suoi studenti. Anche Eleonora Moro esce presto, diretta anche lei alla chiesa di san Francesco, dove ogni giovedì svolge attività di catechismo. Precede di poco il marito e conferma che l’orario è intorno alle 8.30. Proprio in quel momento, infatti, come ricorda Eleonora Moro, il maresciallo Leonardi, capo della scorta, già salito in casa, è al telefono con la moglie, ma riaggancia non appena vede il presidente pronto per uscire. La circostanza è confermata dalla moglie del maresciallo, Ileana Leonardi: il marito in effetti l’aveva chiamata e le stava dicendo di essersi dimenticato qualcosa, ma non fece in tempo a dire di cosa si trattasse. Ti richiamo tra cinque minuti, disse Leonardi, prima di riattaccare. Uno degli agenti di scorta di Moro, Rinaldo Pampana, di riposo il 16 marzo, nella deposizione al primo processo Moro,

precisa: L’onorevole usciva costantemente, salvo rare eccezioni, intorno alle ore nove. Era precisissimo nell’orario, nel senso che poteva anticipare o posticipare l’ora di uno o due minuti.
Ma la testimonianza di Pampana, in linea con le di chiarazioni degli altri agenti non in servizio il 16 marzo, contrasta con quanto affermano nelle loro deposizioni Eleonora e Agnese Moro, secondo cui il leader della Dc non era poi così puntuale. Anzi: talvolta il ritardo lo costringeva a disdire appuntamenti e a cambiare programmi e destinazione. Le mete del presidente erano generalmente: il centro città, tra piazza del Gesù e la Camera dei Deputati, l’università La Sapienza, e il suo studio in via Savoia, nel quartiere Trieste. A queste destinazioni potevano naturalmente aggiungersene altre, dettate in primo luogo dall’agenda politica, con incontri e riunioni decisi appena il giorno prima. E dato il momento politico, alquanto concitato, nulla vieta di pensare che Moro anche quella mattina potesse avere un appuntamento non programmato.

In ogni caso, la mattina del 16 marzo Moro, preceduto dal caposcorta Leonardi, poco dopo le 8.30 varca il cancello esterno della sua abitazione. Il cielo è livido. Minaccia pioggia. Ad aspettarlo come di consueto la scorta. Il presidente sale a bordo di una Fiat 130 blu. Alla guida c’è l’appuntato Domenico Ricci. Sul sedile accanto sta per sedersi il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, 52 anni, torinese, nel 1957 istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro militare di paracadutismo di Viterbo. Un militare esperto e preparato. Leonardi è la storica e fidatissima guardia del corpo assegnata al leader della Dc alla metà degli anni Sessanta, quando il paese attraversa una fase turbolenta scossa da crisi istituzionali, timori insurrezionali e dall’incombere di svolte autoritarie. A partire da quel periodo, in coincidenza con il varo del primo governo di centrosinistra, Aldo Moro, che di quella formula è l’ispiratore e l’indispensabile punto di riferimento, vive una vicenda politica tormentata, tra dissensi e contrasti più o meno espliciti e

minacce non sempre velate. Il 19 novembre 1967, sulle pagine del Nuovo Mondo d’Oggi , periodico diretto da Paolo Senise, il giornalista Mino Pecorelli scrive che nel 1964 c’era un piano per eliminare Moro. L’artefice del centrosinistra doveva morire per mano di un ufficiale dei paracadutisti, il tenente colonnello Roberto Podestà. Circa quindici anni dopo la storia si ripete. Dopo aver raggiunto l’obiettivo di portare i socialisti di Nenni nella maggioranza di governo nel 1963, Moro intende compiere un’operazione analoga con il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer.
Com’è noto, il 16 marzo per Moro, e non solo per lui, non è un giorno come un altro. Perché dopo un’estenuante trattativa per superare le ultime resistenze del Pci e per convincere non pochi colleghi del suo stesso partito, tutto sembra finalmente pronto per il varo del quarto governo Andreotti. Un governo che potrà contare – non accadeva dal 1947 – sull’appoggio esterno del Partito comunista. È il cosiddetto governo di unità nazionale o di solidarietà democratica, destinato nelle intenzioni dei promotori a risolvere, con il contributo parlamentare più ampio possibile, la grave situazione economica e sociale che colpisce il paese e a contrastare un terrorismo sempre più minaccioso. Aldo Moro, oltre che l’artefice, è il garante di un così delicato equilibrio, avviato con ogni probabilità a diventare il successore di Leone al Quirinale.

Alla Camera dei Deputati, in piazza Montecitorio, il dibattito sulla fiducia è previsto a partire dalle dieci. Dunque il programma di quella mattina sembra avere almeno due punti fermi: l’Università La Sapienza e Montecitorio. Ecco cosa dice a questo proposito il segretario di Moro, Nicola Rana: Io e l’onorevole Moro la sera del 15 siamo rimasti a chiacchierare all’uscita di via Savoia fino alle 23-23.30 proprio perché Moro diceva: “ Rana, mi raccomando, domani, non appena finiamo…”. Avevamo le tesi di laurea da discutere il 16 mattina, ragion per cui Moro aveva deciso di fare un passaggio alla Camera, di sentire il discorso di Andreotti e poi per le undici di essere all’università, dove avevamo dodici allievi da laureare. Moro entra nella Fiat 130 e si accomoda come al solito sul lato sinistro del sedile posteriore. Accanto a sé ha la mazzetta dei quotidiani che, oltre a occuparsi dell’imminente varo del quarto governo Andreotti, si soffermano in particolare  sul presidente della Democrazia cristiana. C’è per esempio un articolo della Repubblica, firmato da Franco Scottoni, che riprende alcune voci provenienti da fonti vicine alla segreteria di Stato americana, guidata da Cyrus Vance, che indicano in Aldo Moro il fantomatico Antelope Cobbler, nome in codice di un importante personaggio politico che avrebbe intascato la tangente più cospicua nel cosiddetto scandalo Lockheed.

Quell’articolo, uscito proprio il giorno della presentazione del governo di solidarietà nazionale, per Moro deve essere stato un colpo durissimo. Oltre alla mazzetta dei quotidiani, il leader della Dc ha con sé quattro borse. La quinta è nel portabagagli. Le borse nell’auto sono così sistemate: due sul sedile di destra accanto ai giornali e due sul pianale sempre sotto il sedile di destra. Delle cinque borse che porta regolarmente ce ne sono due da cui Moro non si separa mai. Una contiene documenti e atti riservati. L’altra, medicine ed effetti personali. Corrado Guerzoni, stretto collaboratore del presidente, ha sostenuto che Moro conservava nella borsa documenti che riguardavano proprio lo scandalo Lockheed. Per Giovanni Galloni, invece, poteva addirittura trattarsi di una documentazione sull’infiltrazione nelle Br dei servizi di intelligence americani e israeliani. Nelle altre tre borse, ritrovate in via Fani, ci sono per lo più libri e tesi dei suoi studenti.

La Fiat 130 è pronta a partire. Come l’Alfetta bianca con gli altri tre uomini della scorta: il brigadiere Francesco Zizzi, e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Il caposcorta Leonardi entra per ultimo nella vettura, si siede accanto al guidatore e chiude lo sportello. Il convoglio si mette in marcia.