Liberi Inizi: “Sette tesi sulla magia della radio” di Massimo Cirri

Giovedì prossimo, 13 febbraio, si festeggierà la Giornata Mondiale della Radio, e per la rubrica Liberi Inizi, noi di Liberementi vi proponiamo l’incipit di Sette tesi sulla magia della radio, di Massimo Cirri, uno dei conduttori storici della trasmissione Caterpillar, in onda su Radio2 Rai.

Una nave nuova di zecca, passeggeri pieni di speranze, il futuro all’orizzonte mentre la musica suona. Poi un iceberg, il naufragio, il silenzio. Fino alla fine a raccontare quello che accade è solo il ragazzo giovanissimo che fino a poco prima mandava festosi telegrammi dalla tolda della nave: il marconista

”Siamo alle basi dell’immaginario moderno. La radio inizia qui” scrive Massimo Cirri, che comincia questo libro con la scena epica del Titanic e prosegue raccontandoci come dal titic titic del segnale morse si sia passati alle trasmissioni vocali, e come l’invasione di milioni di radio music boxes nelle case sia stata una pacifica, meravigliosa rivoluzione. La radio è senza fili, la radio non ci chiede di abbrutirci sul divano, la radio vive anche nel buio, la radio sa interferire con la nostra esistenza quotidiana in modo dialogico e non invadente grazie alla natura poligama, porosa e sempre, costitutivamente, sintonica che le appartiene. Con la sua voce inconfondibile, capace di sorridere e di emozionarsi per noi, Cirri spazia dalla ex Jugoslavia a New York, da Bertolt Brecht a Linus, dagli esperimenti di Danilo Dolci ad Alto gradimento e molto oltre per costruire un racconto che è al tempo stesso cronaca appassionata di una vita di lavoro in radio e meditazione su questo medium: che cambia, cresce, passa dal transistor al podcast ma rimane un magico crocevia di incontri, che vive nello spazio puro del suono e si sottrae alla tirannia delle immagini per essere un luogo di libertà, in cui la musica e le parole sono ancora, fino in fondo, se stesse.

Ed ecco l’inizio del libro.

 

PROLOGO
In un campo

Due bambini in un prato. Ma credo si dica “campo”. “Prato” è una parola che verrà dopo. Siamo in campagna, siamo nati lì, ci sono campi, mica prati. Siamo mio fratello e io. Abbiamo camminato, ci siamo spinti lontano da casa. Misurato adesso, “lontano” è una parola grossa. Ma le distanze sono elastiche, cambiano con l’età. E di andarci, così lontano da casa – facciamo un po’ lontano, vabbe’ – lo abbiamo proprio deciso. Perché abbiamo una radio.

Ce l’ha regalata la zia, una ciascuno, uguali. È una radio a transistor, Sunny Solid State 7. Un mattoncino di 14 per 8 centimetri, spessore 4, credo. Argento davanti, nera dietro. Plastica. Due rotelle – sintonia e volume – e un interruttore per scegliere tra AM e FM. C’è l’antenna, di metallo, telescopica, con in cima un pallino. La estrai dal canaletto dove sta sdraiata, la giri, tiri il pallino e lei si allunga. La mamma, che da giovane ha fatto la sarta, ha cucito una custodia-sacchettino con una stoffa pesante un po’ damascata, giallo scuro, che dev’essere un avanzo di quando ha fatto rifoderare il salotto buono. Così la radio sembra un pezzo della poltrona. Ci ha messo una cinghietta in similpelle, per agevolare il trasporto. A noi la custodia non piace, ci nasconde la bellezza di quella plastica e di quella specie di occhio in plexiglas ricurvo che ingrandisce i numeri della sintonia. E poi la radio ha già un laccetto per portarsela in giro. Per la mamma, la custodia dev’essere un modo di ringraziare la zia del regalo, avvolgendolo. La zia non ha figli ed è sempre generosa con noi.

Così camminiamo, due fratelli e una radio nella sua custodia. Adesso siamo arrivati. È qui che eravamo diretti. Campo dei Buricchi: novecento metri, forse anche un chilometro da casa. Lontano, obiettivamente. Dolce declinare verso un cipresso, laggiù, sotto la strada comunale e poco oltre il rio Barberoni che divide la provincia di Firenze da quella di Pistoia. Tanto per dire quanto siamo, noi due soli, ai confini di qualcosa. Prima di cercare il posto giusto buttiamo un occhio al pozzo artesiano che è lì vicino. È un buco tondo, bello e perfetto, di sassi incastrati uno sopra l’altro. Bisogna sempre stare attenti a non finirci dentro. Una volta – ce lo hanno raccontato talmente spesso che ci sembra di esserci stati anche noi – in un pozzo qui vicino, quello nei campi dello zio Remo, ci è morto uno. Affogato. Ma ci si è buttato lui. Incredibile. E lo hanno cercato con i cani, per giorni. C’erano i carabinieri e i pompieri. Un camion dei pompieri nel campo dietro casa nostra. Rosso, enorme, tante ruote. Con le scale sopra. Pare di vederlo. E aveva la radio. Adesso la radio ce l’abbiamo anche noi. Lasciamo perdere il pozzo, andiamo a sentire la radio.

Ci sediamo sul limite alto del campo. Tolgo la radio dalla custodia. “Accendila,” dice Roberto. Tiro su l’antenna. Accendo. Non si sente nulla. Bisogna regolare la sintonia, cercare le voci. Fruscii. Smettono. Torno indietro con la rotella, sul fondo brulica qualcosa. Alzo il volume, lo abbasso, giro ancora. La voce arriva di colpo. Non importa cosa dice: è una voce. L’incredibile è che succede lì, in mezzo a un campo. Arriva. Ce l’abbiamo portata noi, è lì per noi. C’è un miracolo nell’essere raggiunti, così lontani, dove non c’è niente di casa, dove tutto è così aperto, da una voce. È innaturale? È meraviglioso.

La voce della radio, adesso, è nitidissima. La voce passa nell’aria, la attraversa, come le rondini, trova l’antenna, ci entra ed esce dalla radio. Mettiamo la radiolina per terra, sulla custodia della mamma che adesso, vedi, serve a qualcosa. Ci sdraiamo con la radio dietro la testa. Si vede la punta del cipresso, il cielo e si sente la radio. Si sente bene, ci sentiamo bene.