Una mamma lo sa, una casa editrice (a volte) no.

di Liberepenne

Siamo combattuti. Non sappiamo davvero come impostare la recensione di Una mamma lo sa di Elena Santarelli, uscito da poco per Piemme.
Partiamo da ciò che è: 145 pagine di flusso di coscienza. Se comprerete questo libro-terapia – che è anche un libro “solidale” dal momento in cui l’intero ricavato sarà devoluto al Progetto Heal – avrete in mano un diario, un racconto a cuore aperto, raccolto da Gabriele Parpiglia, in cui la nota showgirl mette a nudo la tragedia che ha vissuto e, fortunatamente, superato.
La forza di Una mamma lo sa è nella scrittura priva di fronzoli, diretta, semplice, accorata. Non sappiamo quale sia stato concretamente il ruolo di Parpiglia nella stesura, ma non deve essere stato particolarmente invasivo perché in queste pagine troviamo Elena, una donna spaventata all’idea di dover affrontare la battaglia più difficile della sua vita, che racconta la sua umanità, la sua quotidianità, il suo essere come noi. È questo il suo punto di forza. È per questo che ve ne consigliamo caldamente la lettura.

E allora perché essere combattuti? Lo siamo unicamente perché ci siamo fatti una domanda doverosa: saremmo dello stesso avviso se a scriverlo fosse stata Melina di Voghera? La risposta è no.
Comprerete e divorerete questo libro unicamente perché a scriverlo è Elena Santarelli. Perché il suo nome ingombrante può essere per molti la luce alla fine del tunnel.
Va ringraziata per questo. Non è da tutti.

Tutto qui dunque?
No.
Arrivano le note ultradolenti, se ci è consentito il neologismo.
Cara casa editrice Piemme, ci siamo chiesti: tu, in questo libro, dove sei?
Hai un’autrice forte, un titolo che è già un best seller perché l’autrice si spenderà, e molto, per questo libro solidale. Spiegaci dunque per quale motivo hai ritenuto di non dover concedere nemmeno un giro di bozze. Perché, se lo hai concesso, deve essere stato fatto con un correttore automatico.
Sin dalle prime pagine, infatti, avvertiamo qualche imprecisione che blocca il flusso narrativo. Abbiamo scritto alla casa editrice chiedendo se ciò che stiamo leggendo è il file definitivo andato in stampa. Ci è stato risposto che certamente è così, e perché ci è sorto il dubbio. Ecco, vi rispondiamo qui.
Pag. 12. “Avuto occasione (di) toccarlo con mano”
Pag. 68 “avevo solo bevuto qualcosa, però a quel punto ho preso qualcosa”
Pag. 89 “ma mentre mio figlio aveva ancora i suoi capelli, questa bambina era senza capelli”.
Giusto per dare un paio di esempi. Anzi, gli esempi che diamo qui sono tre. E pure banali. Quello che vi domandiamo è: dov’è il valore aggiunto dell’editore che revisiona il testo, che controlla che non ci siano ripetizioni, che evita di interrompere il flusso narrativo suggerendo all’autrice di evitare un capitolo come “I treni che passano” perché è assolutamente non funzionale e inutile al racconto?

Proviamo molta rabbia nei confronti del poco rispetto che si è avuto per il lettore, per l’autrice e per la storia narrata. Cerchiamo di non pensarci, regalandovi questa splendida citazione dal testo:

“Cosa si può dire a una mamma che ha appena perso un figlio? Nulla… Al massimo puoi dare la tua presenza, stare lì in silenzio e semmai ascoltare, un dono che pochi sanno usare, lasciando da parte tutte quelle frasi inutili che in quel momento rischiano solo di aumentare il dolore atroce di un genitore, perché alcune sono ingiuste e altre non realistiche”.