La terra dei figli, di Gipi

Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne più scritto.

Inizia così La terra dei figli, il graphic novel di Gipi, trasportandoci immediatamente in una realtà che non sappiamo riconoscere.
Diversa, arida… desolata. Ci troviamo davanti una terra post apocalittica svuotata dei suo abitanti. Una carestia? Magari un virus? Un incidente nucleare… o forse un bombardamento?
Non ci è dato saperlo. Con la mente molti di voi andranno a ripescare qualche ricordo di infanzia trovando delle similitudini, soprattutto nelle sensazioni iniziali, con il cartone animato Conan il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Proprio come nel cartone animato giapponese i protagonisti del nuovo graphic novel di Gipi vivono in baracche, accampati, aspettano qualcosa che non arriva mai e tirano a campare in attesa di… nulla.

Sulla terra è successo qualcosa che ignoriamo è l’unica certezza che abbiamo è che da quel momento la popolazione è come se fosse ripartita da zero. La chiamano La Fine, i pochi rimasti. Ma è davvero difficile riuscire a capire cosa li ha resi così miseri.
Si lotta per un pezzo di terra, si uccide per un pesce e ci si mangia tra uomini. I protagonisti sono due fratelli e loro padre, quest’ultimo è a conoscenza di tutto, ma non ne fa mai parola con nessuno e fa di tutto per crescere i suoi figli duri e privi di sentimenti per poter affrontare… nell’unico modo possibile… l’unico mondo che esiste adesso.
Potrebbe raccontare loro che una volta esisteva la parola amore, che i cani non si mangiavano, ma stavano sul tappeto accanto al divano e venivano accarezzati. Ma a quel punto dovrebbe anche spiegare ai suoi figli cos’è un tappeto, cosa un divano e una carezza e che senso avrebbe ora che non esiste più nulla? Neanche lo capirebbero il concetto di carezza, riflette in uno dei momenti più intimi e toccanti di tutto il libro.

I figli vivono dunque all’ombra di un padre che per necessità è diventato anche padrone e che prova ad educarli per il loro bene, per la loro sopravvivenza, spesso con dei metodi decisamente brutali.
L’uomo ogni sera scrive qualcosa su un diario e per loro che non sanno leggere, quando lui morirà, la ricerca di qualcuno che possa raccontargli cosa scriveva di loro quell’uomo diventerà una questione di vita o di morte, anche più importante che trovare il cibo per non andare a letto con lo stomaco vuoto.

Gipi per la prima volta e per sua stessa ammissione scrive un libro lineare con una trama e con uno svolgimento, ammettendo come precedentemente la trama non sia mai stata per lui un elemento essenziale, preferendo sempre il coinvolgimento e la complicità col lettore. Non usa voci fuoricampo e quello che sappiamo e che capiamo noi è anche quello che capiscono e sanno i protagonisti. Non sappiamo nient’altro e grazie a questo espediente è facile immaginare una forte empatia e un’immediata sovrapposizione tra lettore e protagonisti.

I personaggi del libro sono sporchi, ignoranti, pronti a mangiarsi tra di loro e a stuprare donne. Il tratto di Gipi, in un certo senso, si fa strumento narrativo e riesce a fluidificare con linee sottili e semplici tutta questa complessità e il peso di una trama così forte.

Tra le tante scene, quella che di certo riesce più di tutte a creare uno squilibrio tra il lettore e il protagonista, leggi anche come: che ti colpisce dritto alla bocca dello stomaco, è la frustrazione dei figli, incapaci di leggere, davanti al diario del padre. Non vedono delle parole scritte ma soltanto dei segni privi di senso che diventano tali anche per noi. Come già detto noi conosciamo esclusivamente quello che i protagonisti conoscono e se loro non sanno leggere, allora non sappiamo leggere neanche noi e non sapremo dunque cosa si cela nelle pagine di quel diario. Si gioca alla pari senza espedienti narrativi. Almeno stavolta.

Leggiamo adesso un passaggio del libro in cui impercettibilmente, un briciolo di speranza forse è ancora ravvisabile nei protagonisti:

Forse dall’altra parte del lago c’è gente a modo, che non mangia la faccia a nessuno, magari c’è… che dici tu?
Proviamo, chi se ne frega… e tu Strega che dici? Si viva?
Più o meno… e tu? Come stai? Stai bene?
Che domanda è?

Gipi sfidando sé stesso e mettendosi alla prova, privandosi cioè di molti dei suoi elementi sicuri, ha realizzato secondo noi la sua storia più bella. Di quel bello che non capita di vedere sempre, che mentre lo leggi capisci già che non rileggerai qualcosa di simile a breve.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...