Ed eccoci al secondo appuntamento con questa piccola rubrica dedicata al genere giornalistico che preferisco: l’intervista. Grazie per l’interesse con cui avete accolto il primo – sperimentale – episodio che potete recuperare qui.
Uno dei consigli più preziosi che mi è stato dato negli anni nella costruzione delle interviste è la gestione dello spazio e del tempo: se una domanda è più lunga di una risposta qualcosa non sta funzionando. Nell’intervista a Zerocalcare che riporto verso la fine si nota che sette anni fa ancora facevo qualche errore in questo senso. Ma si cresce e si migliora. E soprattutto non si nascondono sotto il tappeto le imperfezioni del passato! Anzi.
Ci avvicianiamo a grandi falcata al Natale e qui (qualche tempo fa) Dan Aykroyd ha rilasciato qualche interessante dichiarazione su Una poltrona per due. Il film che vedremo tutti (davvero tutti) tra otto giorni esatti.
Ma torniamo a noi. Ci sono parecchie cose che sono successe in questo periodo, quindi non perdiamoci in chiacchiere e proviamo ad analizzarne qualcuna. Buona lettura.
Fagnani e Mammucari
Ha fatto molto discutere la scorsa settimana l’intervista interrotta da Mammucari nel corso di Belve, la trasmissione di Francesca Fagnani. Belve è una trasmissione che si basa sulle interviste dallo sviluppo piatto (non è una critica ora vi spiego cosa intendo) in cui l’approccio dell’intervistatrice e la costruzione delle domande sono sempre identici e dove l’esito dell’intervista lo decide l’intervistato scegliendo quanta profondità dare alle sue risposte. Teo Mammucari non solo non ha deciso di dare profondità ai suoi pensieri, ma non si è nemmeno voluto bagnare i piedi per sentire la temperatura dell’accqua.
In questa storia – in cui è evidente individuare chi ha vinto e chi ha perso – ci sono però due cose che non mi sono piaciute: da una parte c’è Mammucari che è sembrato essersi presentato senza conoscere il format della trasmissione, che tra l’altro – lo dicevamo poche righe fa – è sempre lo stesso e dall’altra c’è Fagnani che non ha esitato a ribadire in almeno due o tre occasioni che era stato il comico a chiederle di essere invitato in trasmissione. Un po’ come a dire: ci sei voluto venire te, che vuoi adesso? Due momenti televisivi evitabilissimi. E voi che Belva vi sentite?

Interviste lette in giro
Pier Silvio Berlusconi tira le somme dell’anno televisivo e usa più volte la parola prodotto al posto di trasmissione (Renato Franco sul Corriere)
Cazzullo dialoga con Buffon ed è oggi uno dei più grandi intervistatori italiani (sul Corriere)
Bisognerebbe saper scrivere ricette come si scrivono romanzi (Fabrizio Gabrielli intervista Tommaso Melilli su Esquire). Un po’ vecchia questa, ma molto bella)
Quasi Natale
Natale è dietro l’angolo. Per il settimanale Gente un paio di anni fa ho intervistato Enrico Vanzina. Parlavamo del suo (allora) ultimo libro, ma decisi di portare l’intervista anche su altri campi. Lui fu delizioso e decise di seguirmi. Ecco uno stralcio.
Ai Vanzina si attribuisce l’invenzione del cinepanettone. Cosa che vi ha portato spesso a confrontarvi con critiche e banalizzazioni del vostro lavoro.
Quella fase l’ho superata e metabolizzata da tempo. Premesso che la parola cinepanettone non mi piace, i film di Natale che abbiamo fatto noi sono in realtà pochissimi. Per noi film di Natale significa film della tradizione. Penso a Vacanze d’inverno di Mastrocinque con Sordi e De Sica, film che sono un’occasione per fare un ritratto dei tempi anche spietato.
E le critiche?
La maggior parte delle critiche mosse a me e a mio fratello derivano dal fatto che abbiamo raccontato gli anni Ottanta e per molti siamo diventati i cantori di quel periodo, quando in realtà lo abbiamo sfottuto. Pensa a Yuppies che prende in giro un certo modo di essere o a Vacanze di Natale che è un ritratto spietato della borghesia che si allontana dai suoi valori e si concentra sull’apparire.
Un ritratto spietato della borghesia. Ora non avete un’incredibile voglia di fare un rewatch di Vacanze di Natale?

Dal mio archivio
Questo mese tocca a Zerocalcare. Anche in questo caso la testata non esiste più (Si trattava di Pianetadonna del gruppo Mondadori) e quindi la inserisco in versione integrale. Eravamo a Più libri più liberi sul finire del 2017, era da poco uscito il suo libro Macerie prime e lo andai a trovare allo stand della Bao in unmomento di pausa del suo firmacopie. Sono molto affezionato a questa intervista perché si parla di crescere, di periferie e di nostalgia. Buona lettura.

Aspetto di incontrare Michele/Zerocalcare dentro lo stand della Bao Publishing a Più libri più liberi. È quasi ora di pranzo, Michele è in fiera soltanto da un’ora, ma la fila dei suoi fan per avere una dedica è già un lungo serpentone che avanza ordinato ed educato verso lo stand.
I lettori guidati dallo staff della casa editrice si presentano a gruppi di cinque davanti a Zerocalcare con doni (quasi sempre scorte di Plumcake) e con i suoi libri da farsi dedicare. Teminaao la quinta dedica di quella sessione Michele si prende una decina di minuti di pausa e arriva nel fondo dello stand, restiamo lì a chiacchierare. È alla prima di quattro intere giornate di dediche, non sembra affatto stanco (e menomale).
Che ti stanno chiedendo di disegnare?
De tutto!
Ho letto parecchio su Macerie Prime e l’osservazione più frequente che si fa è che sei finalmente diventato grande. Io invece credo che tu sia semplicemente maturato come uomo e come narratore… che poi secondo me è pure più bello. Tu che dici? Ti senti diventato adulto?
Sicuramente è più bello quello che dici tu, ma non so nemmeno se sono maturato in realtà. Io credo di aver fatto con questo libro quello che faccio sempre: una fotografia di quello che ho intorno. Cinque, sei, sette anni fa il mio contesto era quello dei venticinque-ventiseienni, qualcuno stava all’università, qualcuno la stava finendo, c’era chi non l’aveva mai fatta, ma comunque cercava il suo posto nel mondo… Oggi invece ci sono tematiche diverse, ma perché è diverso quello che ci sta intorno. Che poi, in realtà, non ho neanche la percezione di aver cambiato il mio sguardo su quello che ho intorno e anzi uno dei motivi di agitazione nel libro è che a me sembra di non cambiare e di non stare al passo…
Secondo me come narratore sei maturato quando hai deciso di “aggiornare” te stesso e i tuoi personaggi rendendoli più coerenti con la realtà. Ti sei fatto più stempiato, c’è chi ha iniziato ad avere la barba lunga, chi è dimagrito, chi è ingrassato… Credo che questo passaggio rappresenti una grossa presa di coscienza di se...
Questo infatti è il primo libro dove avviene… dove questa cosa si realizza…
Ma quindi sei cresciuto o no?
Non particolarmente. Però è vero che questo libro è l’esatto seguito di quella storia a cui fai riferimento tu. Ci ho messo due anni a farla perché nel mezzo ci sono stati altri impegni; però è esattamente quel progetto che ho provato a portare avanti con Macerie prime.
Insistendo sul crescere… te che sei di Rebibbia mi capirai… io sono nato e cresciuto tra Acilia e Ostia, quando andavo all’università mi sfottevano pure i fuori sede calabresi dicendomi che non ero veramente di Roma e portavo avanti le mie lotte sulla periferia romana… ecco secondo te, anche se non ti piace essere il portavoce delle periferie, crescere in periferia aiuta a maturare più velocemente? Intendo mentalmente… e intendo a Roma ovviamente…
Sicuramente viverci ti fa incontrare tanta umanità diversa e questo ti aiuta a maturare, ma non necessariamente crescere in periferia significa crescere nel Bronx…
Ci mancherebbe, io sto portando avanti una lotta proprio su Ostia che non è il Bronx…
Eh, sono quei complessi in cui c’è tutto accanto a tutto. Il dottorando in astrofisica accanto allo spacciatore di una vita… sicuramente vivere lì è qualcosa che ti apre un sacco, le periferie sono anche i primi luoghi in cui arriva la gente da fuori, la gente di frontiera, il posto dove puoi vedere cose diverse.
Leggendo Macerie Prime sono arrivato a questo ragionamento: il Panda è di Roma Nord e l’Armadillo è della periferia. Il Panda è quello che lascia la macchina in seconda fila e dice “sticazzi” mentre la filosofia dell’Armadillo è quella di chiudersi nell’armatura e resistere.
(Ride) Io ho una storia orribile di seconde file in cui ho bloccato un autobus una volta e non mi posso esprimere perché sono ancora traumatizzato, però sì questa distinzione mi piace: nel senso che nessuno lo ha mai detto ma che il Panda sia di Roma Nord mi pare un’ottima definizione.
Continuando a ragionare su Macerie Prime ho notato una forte connessione tra la storia inedita di Ogni maledetto lunedì su due in cui era in corso un naufragio e la storia che tra un capitolo e l’altro fa capolino in Macerie prime e narra di un naufragio avvenuto… con i personaggi che appunto camminano in mezzo a delle macerie.
Tu sei un ragazzo molto attento…
Lo so, grazie! (ridiamo)… Ecco mi racconti come prosegue quella storia? Io quel naufragio lo avevo letto come un naufragio generazionale…
Questa cosa non l’aveva ancora notata nessuno, ma in realtà è proprio il seguito di quel filo conduttore lì, perché in quel momento mi interessava raccontare quel naufragio che ci aveva buttato nel panico e nello smarrimento. Tutti avevamo delle aspettative che sono state tradite appena ci siamo affacciati nel mondo del lavoro.
Il tradimento è un concetto che torna molto anche nel tuo ultimo libro…
Il tradimento è un sentimento che non può essere eterno, la gente a un certo punto smette di sentirsi tradita e supera questa cosa. Ed è quello che è successo a noi, io sono uscito da scuola 15 anni fa e quel sentimento si è assuefatto perché poi si è iniziato a pensare a come arrangiarsi cercando di vivere in mezzo a quelle che sono effettivamente delle macerie. È come se quei personaggi che stavano in mezzo all’acqua e stavano naufragando dentro Ogni maledetto lunedì su due all’interno di questo libro fossero riusciti a raggiungere la tera ferma, trovando però un mondo di macerie.
So che odi quando ti ergono a paladino degli anni 80 e 90, ma c’è una cosa che io chiamo il “Fattore Standa” ovvero quella sensazione di scendere sotto casa e conoscere tutti, negozianti bottegai, quella sicurezza e serenità di sentirsi accettati nel proprio microcosmo. Ecco la Standa oggi non esiste più… e mi viene da chiederti se la nostra generazione ha bisogno di riferimenti di quell’epoca perché di fatto vivevamo in una bolla.
Non è vero che non c’erano i problemi, ma eravamo noi a non percepirli, ricordare quel periodo è come coprirsi con una coperta di Linus, ci fa sentire meno soli in mezzo alle macerie. Quella di cui parli tu è una bolla per due motivi: si tratta di qualcosa di soggettivo per ciascuno di noi, come dici tu eravamo ragazzini ed eravamo tutelati per una serie di cose e poi d’altro canto c’erano delle condizioni oggettivamente diverse. Un ragazzino degli anni 80 aveva un modello adulto, dal fratello al cugino, che gli permetteva di proiettarsi nel futuro con una serie di aspettative. Un ragazzino di oggi questa proiezione non ce l’ha. Secco lavora con i ragazzini adesso e mi racconta cose… quelli di oggi sono ragazzini che da quando hanno l’età della ragione si sono percepiti all’intero di un mondo in crisi e quindi non crescono con delle aspettative.
Siamo cresciuti con i film di Micheal J. Fox che si faceva da solo e oggi viviamo col disincanto di non avercela fatta…
Sì viviamo un sacco questo disincanto e questo sentimento di malinconia anche per questo.
Ed eccoci alla fine
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Ci leggiamo tra qualche settimana, Buon Natale!