Notre-Dame de Paris, ovvero l’Odissea francese

Victor mi ha spezzato il cuore.
La mia vena classicista ha da poco invaso le mie giornate, e sembra sia arrivato quel momento della mia vita in cui la letteratura maestra del passato, mi trova finalmente affamata e bramosa della sua incommensurabile e più che decantata influenza. Nell’attesa che arrivi il mio pacco di libri tutto dostoevskiano, ho osservato a lungo la mia libreria in attesa che l’istinto mi indicasse il prossimo libro. Adocchio Notre-Dame de Paris e ammetto che quel libro ha traslocato con me per un buon decennio, di scatolone in scatolone, sempre pazientemente in attesa che io finalmente sfogli le sue pagine, e mi immerga nella sua storia centenaria.

L’ho definita l’Odissea francese, perché non poteva non ricordarmi il maestro dei maestri, l’opera magna da cui tutto ebbe inizio e da cui tutto, nei secoli avvenire, venne influenzato. Hugo suddivide l’opera in Libri (vi ricorda qualcosa?), fermandosi a undici, eppure come Omero crea un’opera che rimane negli annali come riferimento di una letteratura senza tempo.

Anche uno dei suoi protagonisti più celebri, che a parte una piccola comparsa nel capitolo V del Libro I, fa veramente capolino nell’opera, un Libro prima, del leggendario Ulisse o meglio Odisseo. Infatti solo nel Libro IV, Quasimodo, entra veramente in scena, e apre finalmente le danze della lettura.

Non si può non far notare al lettore anche le molteplici citazioni latine, idioma del quale il nostro autore era un vero Magister.

Devo ammettere che Hugo mi ha quasi fatto desistere alle soglie del Libro III, facendomi sprofondare nei dettagli di una Parigi tardomedievale, con una cascata di nomi e di particolarità architettoniche da far demordere anche il più incallito degli architetti o storici curiosi. Ammetto di aver annaspato eppure, riguardando quelle pagine noto di aver sottolineato molte cose. Egli descrive le bellezze di una città in transizione, dove, cito testualmente: “ogni ondata di tempo sovrappone la sua alluvione, ogni razza deposita il suo stato sul monumento, ogni individuo porta la sua pietra”. Sono “opere sociali”, “il tempo è architetto, il popolo manovale”.

Sconfitto il drago architettonico approdiamo alla storia in sé, quella che le mie reminiscenze mi rimandano a spezzoni sparsi, della versione sotto forma di cartone animato. Non vi negherò la mia delusone nel non veder prender vita ai gargoyle come neppure nel scoprire in questa opera, temi sociali che, come negli scritti di George Orwell, non sono mai stati così presenti, in una società che sembra non aver lasciato nel passato proprio quelle brutture umane che avrebbe dovuto seppellirci. Abbiamo apportato migliorie solo esternamente, creando agi e lussureggianti privilegi, rispetto a un medioevo che sembra così lontano nel tempo, eppure umanamente non ne siamo mai usciti.

Considerato il capolavoro della scuola romantica francese, Hugo non poteva lasciarci privi di quei drammi umani e sentimentali che impregnano le pagine di un libro che sembra trovare posto non solo nel nostro secolo, ma anche nella nostra quotidianità.

Si susseguono molteplici personaggi con i loro drammi e le usanze di un tempo inclemente, grezzo e brutale sotto molti aspetti, molto spesso mossi da credenze antiche, superstizioni e paure, una tipologia di pensiero che ancora oggi però, trova seguaci in tutto il mondo.

Fra tutti spiccano quattro personaggi maschili e due femminili che imprimono il loro impatto sull’opera. Non c’e atteggiamento dei primi, a parte due di loro, che non leda e offenda l’esistenza delle seconde. La rabbia e il dolore che mi saliva in peto nel leggere sentimenti così violenti, che ancora oggi vengono scambiati per amore, mi ha fatto male, non solo perché tutto ciò esisteva, ma perché nulla è mutato con il passare dei secoli.

Posso affermare a colpo sicuro che se fosse promulgata anche oggi come legge, non ci stupiremmo di vedere ancora roghi nelle piazze e patiboli pronti a svariate e variopinte esecuzioni. Non che manchino nel mondo “moderno”, ma non mancherebbero nemmeno nel famigerato mondo civilizzato nel quale crediamo di vivere.

Sopra tutti, la figura di Claude Frollo, ha fatto rabbrividire le mie paure più profonde, toccando corde di dolore nel vedere emozioni così violente, scaturire da un’anima che è convinta di amare. Quando leggo i suoi pensieri riesco a vedere solo l’inferno in cui siamo capaci di piombare quando, non siamo abili ad educarci sui sentimenti e sulle emozioni:

E scavando così dentro la propria anima, quando vide l’ampio spazio che la natura aveva riservato alle passioni, sogghignò ancor più amaramente. Smosse in fondo al proprio cuore tutto l’odio, tutta la cattiveria e riconobbe, con la fredda occhiata del medico che scruta un malato, che quell’odio, quella cattiveria altro non erano che amore viziato; che l’amore, questa scaturigine d’ogni umana virtù, si trasforma in cose orribili dentro il cuore di un prete, e che un uomo con la sua costituzione, facendosi prete, si faceva demonio. Allora rise spaventosamente, e di colpo ridivenne pallido considerando il lato più sinistro della sua fatale passione, di quell’amore corrosivo, velenoso, astioso, implacabile, che non aveva messo capo se non alla forca per l’una, all’inferno per l’altro: lei condannata, lui dannato”.

Il fatto che accosti la parola amore agli aggettivi più nefasti e bui possibili, mi attorciglia le budella, o mentre parla di “fatale passione” quando non esiste né amore né nulla di appassionante in pensieri e azioni così infernali.
Quando poi Hugo insiste nel rendere ancora più diabolico il personaggio mi viene voglia di entrare nel libro e buttarlo fuori dalla storia, dal mondo intero. Il personaggio incalza: “Non aveva rimpianti, non si pentiva; tutto quel che aveva fatto, era pronto a rifarlo; preferiva vederla tra le mani del boia che tra le braccia del capitano, ma soffriva”.
Soffriva? Davvero Frollo (penso non serva specificarlo, ma lo faccio comunque, che egli sia solo un portavoce letterario per molteplici personaggi e buontemponi più che reali, più che odierni) parla di sofferenza mentre annienta con tutto il suo potere, con tutta la potenza del patriarcato, l’ennesima donna che non può avere.
Non pensavo potesse toccare di più il fondo, quando per l’ennesima volta mette davanti alla scelta la bella Esmeralda, decantandole il suo amore smisurato, ecco che l’autore gli fa uscire di bocca le parole più orribili e sanguinose, che ancora oggi le donne si sentono dire:

Non vuoi saperne di me come schiavo, mi avrai come signore. Ti avrò. Ho un covo dove ti trascinerò. Mi seguirai, sarai costretta a seguirmi, o ti consegnerò alla giustizia! Devi morire, bella, o essere mia! essere del prete! essere dell’apostata! essere dell’assassino! questa stessa notte, mi senti? Andiamo! un po’ d’allegria! andiamo! baciami, pazza! O la tomba o il mio letto!

Ecco le scelte alle quali, troppo spesso, le donne di trovano a fare. Ed è questo a farmi ribollire il sangue.
Hugo non solo è capace di frullare nelle pagine svariati ceti sociali, etnie e provenienze, mescolando aristocratici, regnanti, borghesi nonché quel popolino sempre pronto alla zuffa, mantenuto quest’ultimo, sempre profondamente ignorante, al quale serve una scintilla senza senso per perseguire ora l’una ora l’altra causa, ma lo fa descrivendo una società che non mi sembra molto diversa da quella nella quale viviamo, definendoci esseri evoluti.

Se poi ci soffermiamo sulla parola giustizia, sia in quel lontano medioevo, sia ai tempi nostri, mi preme di dirvi che no, la giustizia non è uguale per tutti, e che la scure di quest’ultima non punisce indiscriminatamente, anzi è spesso talmente intrisa di paradosso e di un non senso, così malleabile e docile nelle mani del potere, che la piega in base alle sue esigenze, da far tremare i più innocenti e rende spavaldi coloro che dovrebbero temerla.

Ma oltre all’amaro, il nostro autore di questa vera e propria Odissea medioevale, propone anche quell’altra faccia della medaglia, priva di potere e bellezza, ma capace di sincero affetto e gentilezza. Non nego che la Esmeralda mi è venuta a noia nel autodistruggersi per l’ennesima bandiera rossa nella vita di una donna. Il Capitano Phoebus, che dietro il suo fascino imbellettato inserito dentro la sua uniforme scintillante, oscura spesso il buon senso di una donna, che diventa burro nella perfetta capacità manipolativa del mostro con la maschera da principe.
Ma per non provare troppo rancore per la fanciulla ricordo il vecchio adagio che dice che l’amore è cieco e Hugo lo scrive in maniera eccelsa: “Il fatto è che l’amore è come un albero, cresce per conto suo, getta radici profonde in tutto il nostro essere, e spesso continua a verdeggiare sopra un cuore in rovina. E la cosa inesplicabile è che più la passione è cieca più è tenace. Non è mai più salda di quando non ha ragion d’essere”.

E poi c’è il vero mostro, Quasimodo, che scatena tanto ribrezzo nella bella zingara (vi prego di non leggervi razzismo o misoginia, lasciamo il politically correct fuori da questo articolo), il mostro che però non ha maschere, ma come unica arma il cuore, mosso da sincero amore e coraggio. Una dedizione discreta e così delicata da far passare la gitana per un semi mostro, priva di quella pietà e gratitudine verso l’unica creatura che le regalava tutta la sua generosità, per quanto limitata da un aspetto e da un’esistenza spezzata.

Il finale è strappacuore, il mio non ha retto a cotanta dolorosa bellezza. Vi lascio scoprirlo.

Il secondo classico della letteratura francese da me affrontato, mi fa rimarcare quanto già detto altrove: i classici hanno fatto il tempo, sono alla base del tempo, ma ognuno di noi deve trovare il giusto spazio e il giusto lasso temporale, per inserirli nelle proprie vite. Sono mattoncini indispensabili per sorreggere le fondamenta dei nostri palazzi letterari. Rinnegateli quando proprio non fanno per voi, non c’è nulla di male in questo, ma credetemi che il segreto, spesso, è trovare la tempistica giusta, che sia in adolescenza o in vecchiaia, o proprio nel bel mezzo del cammin di nostra vita, cercate di fare spazio a questi astri splendenti di quella volta celeste che è la storia mondiale della letteratura.

Buona lettura folks…

Dubravka Dacic